Porcellini, piume e bambini che odiano le verdure

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Agnese Ermacora,
La piuma di un porcellino alato, Narcissus.me, 2013

In questi giorni, stanno uscendo due ebook per ragazzi. Sono due fiabe ispirate liberamente ad altre fiabe più note: una L’uccello di fuoco, della tradizione russa; l’altra a Pollicino.

Le ha scritte Agnese Ermacora, bravissima conduttrice radiofonica che lavora a Radio Magica, prima radio, presente su web, con contenuti editoriali studiati appositamente per bambini. Ho avuto il piacere di collaborare a questa pubblicazione, sia nella fase di editing – molto leggero, a dire la verità, molto sulla pagina e per nulla sulla struttura delle storie – sia in quella di impaginazione in formato ePub.

Veder nascere un libro, decidere la font da utilizzare in copertina, i colori, conoscere il lavoro di un’illustratrice brava come Sara Michieli, partecipare alla fase di editing, all’aggiunta di dediche, esergo e colophon è stata una piccola avventura che mi ha entusiasmato molto. Soprattutto perché credo nella qualità della scrittura di Agnese, avvezza com’è al linguaggio dei bambini, sfacciata quanto basta per leggere le sue storie ai bambini sui treni, quando le aveva appena scritte, per vedere quanto i bambini stanno attenti e quando si distraggono: un primo editing l’ha fatto lei stessa, sul campo, insieme al pubblico cui si rivolgeva.

Agnese Ermacora, Alfredo - Un racconto commestibile, Narcissus.me, 2013
Agnese Ermacora,
Alfredo – Un racconto commestibile, Narcissus.me, 2013

I due titoli hanno nomi accattivanti e smaliziati: uno è il surreale La piuma di un porcellino alato, che a molti ha ricordato il maiangelo di Benni, che invece si ispira a una fiaba russa della tradizione orale; l’altro è Alfredo – Un racconto commestibile, che si ispira a Pollicino, ma solo per la conformazione fisica del personaggio, piccolo piccolo, e per il viaggio che compie da solo per il mondo.

La sua prosa strizza l’occhio al mondo adulto rendendo i due racconti davvero per tutte le età. Ho riso molto, mentre correggevo le bozze, leggendo battute quasi teatrali, cogliendo in ogni momento l’ironia della narratrice, la sua empatia verso il mondo dell’infanzia, e cosa rara, la sua empatia al tempo stesso nei confronti anche degli adulti (lavorando in questo ambito mi sono ben presto resa conto, infatti, che spesso chi è avvezzo a parlare il linguaggio dei bambini spesso si rivela antipatico e ostico agli adulti, e non è certamente questo il caso di Agnese).

I due libri si possono acquistare in diversi store online, tra cui Amazon (naturalmente in formato .mobi per Kindle) o, per fare felice la sottoscritta, su BookRepublic, dove vedrete il formato ePub da me impaginato.

Le storie a essi abbinate saranno in onda su Radio Magica da dicembre 2013.

Buona lettura, e buone risate!

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Redazione scuola primaria

95422637Tutti i giorni, da questa scrivania,
vedo
fiorire limoni giallo fluo
sbocciare alberi di marmellata
e bambini che inseguono sempre, da sempre,
foglie in autunno
(gli stessi che da adolscenti lanciano gavettoni
l’ultimo giorno prima degli esami).

Ma non trovo la solitudine
delle maestre
tra queste pagine.
Né vedo le riforme e le controriforme,
i bilanci statali che tendono al rosso
proprio come quelle foglie
che lo stereotipo vuole appiopparci.

Vorrei vedere quelle foglie rosse
Sugli alberi di Natale
E protagonisti dei presepi
Bambin Gesù in abiti punk
– come noi bambini amavamo fare,
giacca jeans e colori pastello
sulle guance a Carnevale

vorrei vedere un briciolo di realtà
profeti di altre religioni
abbracci diversi e più umani.

Pratoline e prato-libri

Dome Bulfaro, Ossa carne, DotComPress 2012.
Dome Bulfaro, Ossa carne, DotComPress 2012. Sarà presentato all’Italian Bookshop di Londra il 29 aprile 2013

Ci sono fiori in primavera che si lasciano annusare e calpestare da piedi nudi alla ricerca di un rapporto con la terra che forse abbiamo perduto per sempre. Non abbiamo mai davvero zappato la terra, non abbiamo mai coltivato un pomodoro, se non in un’ondata radical chic di ritorno che non ci apparterrà mai davvero. Le pratoline però mi ricordano il paese e i giochi della mia infanzia, quando la natura era mamma e non matrigna, e si preparavano zuppe a base di terra e cigli d’erba e collane fiorite che appassivano dopo due ore.

Così la primavera, adesso, ha addosso quegli odori (e quei sapori, se malauguratamente si assaggiavano le zuppe nefaste che si preparavano da bambini). L’umido della terra in un venticinque aprile sconquassato dalle tempeste politiche giù a Roma ha un che di rassicurante. E ancora più rassicurante, forse, tra i coretti da festa dell’Unità malriuscita e mercatino del freak, è poggiare il sedere a terra e leggere. Da bambina, ricordo che passavo ore in giardino, da giugno a settembre, all’ombra di un amolo (pruno? Erano quei frutti un po’ acidi e gialli che sono pronti a maggio, mangiabili solo in forma di marmellata secondo me), e leggevo le mie segrete raccolte che tenevo nascoste — così almeno credevo — dentro un frigorifero spento vicino alla legnaia.

Sotto quell’albero, circondata dalle pratoline, ho letto Tom Sawyer, e Huck Finn — che recentemente ho ritrovato in uno straordinario fumetto di Lorenzo Mattotti —, tutta la saga di Piccole donne e Piccoli uomini (di questo secondo ciclo non ricordo quasi niente, forse perché non era riuscito quanto l’altro e non l’ho rimasticato attraverso i film); ricordo Gianni Rodari, che credevo cicciotto come mio nonno, e soprattutto ancora in vita, e le Favole al telefono; I pattini d’argento e i Topolini che ogni mercoledì mi comprava, puntuale, il papà; le fiabe Disney che avevo raccolte in libri illustrati; e poi più grandicella, i libri di Bianca Pitzorno, i gialli Mondadori per ragazzi — ce n’era uno che ricordo ancora come l’avessi letto ieri: La società dei gatti assassini, che amavo per l’ambientazione bislacca e il punto di vista felino; Avventura a Katmandu, che mi proiettava per la prima volta, assieme ad altri romanzi fantastici che mi regalava soprattutto mio padre, in mondi a me davvero sconosciuti, come in Viaggio al centro della terra e L’isola del tesoro (“quindici uomini sulla cassa del morto/ yo-oh-oh/ e una bottiglia di rhum”).

Silvana Gandolfi, Occhio al gatto, Salani
Silvana Gandolfi, Occhio al gatto, Gl’Istrici Salani 1995. Illustrazione in copertina di Giulia Orecchia

Sono libri che ricordo in ordine sparso, certo, di cui non ho memoria neanche di chi li ha scritti, né tantomeno dell’editore. Ma che ritornano quando meno me l’aspetto, nelle trame che leggo adesso. Ad esempio, ieri ho iniziato a leggere, sul prato della Martesana, all’ombra di un albero sotto un sole che sembrava luglio, Lady Butterfly. Diario di una cacciatrice di farfalle di Margaret Fountaine, e mi sono ricordata di Piccole donne, per il femminismo e la voglia di viaggiare delle protagoniste (anche se l’ambientazione è diversa, il secolo è lo stesso). E per questo motivo, sono convinta che le letture di ragazzi ci influenzino anche sulle sensazioni che proviamo da adulti.

Un’altra cosa che mi è capitata un paio d’anni fa, quando ho preso in affitto l’appartamento di via Padova, è stata trovare nella biblioteca della padrona di casa un libro Salani (ero ormai dentro l’editoria e facevo caso a chi produce il libro). Andando al lavoro, ogni mattina, divoravo letteralmente il libro, che era di Silvana Gandolfi, Occhio al gatto. Ho perfino voluto scrivere all’autrice, cercando il suo indirizzo in internet: «Mi sono ritrovata in un altro mondo, visto dagli occhi di un gattino, Virgilio, che mi guida in un regno incomprensibile e pieno di paure. Ho trent’anni, lavoro da qualche tempo per un service editoriale che fa libri per bambini, ma leggendo il suo libro è come se ne avessi otto. Sto ritrovando un piacere per la lettura che difficilmente, leggendo tanto per lavoro, provo». Sarà stata anche colpa della Società dei gatti assassini?

Dare un senso al mestiere dell’editoria

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Il laboratorio all’Anfiteatro della Martesana, prima dell’arrivo dei bambini

Ho già parlato, in queste pagine, di un’esperienza che mi sta molto a cuore. Si tratta di volontariato, certo, e forse proprio per questo gli do ancora più valore. A Milano, città dove “fare volontariato” non è certo di moda, o se lo è è solo per ragioni di identità culturale e politica — di sinistra, certo, ma non solo — io questo lo faccio per ben altri motivi. Velleità editoriali non soddisfatte? Può anche essere. Fatto sta, però, che questo laboratorio cui partecipo, ha ridato un po’ di senso alla mia attività di free lance atipica. E mi rende, davvero, felice.

Se questo è egoismo, signori, mi farebbe piacere che fossimo tutti più egoisti.

Altre informazioni sulla me-in-veste-di-volontaria-per-bambini le trovate a questo link. Posso dire che quella sono davvero io.