Terzo Trieste Poetry Slam

Città mitteleuropea, scenario di ispirazioni poetiche per molti grandi del passato, Trieste rivive un periodo di slanci letterari, soprattutto poetici. E ospita il terzo Trieste Poetry Slam.

L’11 e il 12 gennaio, al Club Tetris in via della Rotonda, l’associazione culturale Ammutinati organizza il terzo Trieste Poetry Slam, una competizione a colpi di versi che vedrà partecipare poeti italiani e stranieri. Naturalmente saranno presenti, data la vicinanza geografica, un rappresentante della Slovenia e uno della Croazia, oltre ad un poeta d’Oltralpe.Nato negli Stati Uniti, il Poetry Slam consiste nella lettura di una o più poesie in massimo tre minuti, eventualmente con sottofondo musicale. Se si sforano i tre minuti si viene penalizzati nel voto finale. La giuria, formata da cinque persone estratte a sorte dal pubblico, è guidata da un EmCee (Master of Cerimony), termine quest’ultimo mutuato dallo slang dell’hip hop.Un modo tutto nuovo, insomma, per far arrivare la poesia – orale – ad un pubblico giovane, attraverso lo strumento della performance poetica; e, scegliendo a caso i membri della giuria dal pubblico, si dà al pubblico stesso la possibilità di giudicare la poesia, sia come performance che come qualità dei versi.Palloncini di Poesia sarà presente alla competizione e vi terrà aggiornati sulla gara… Clicca qui per tutti i dettagli e il programma delle due serate.

Anna Castellari

Articolo originariamente pubblicato su poetry.cafebabel.com

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Tarek Eltayeb: «Quando Nagib Mahfuz mi chiedeva di leggere le mie poesie»

Scintillante dicembre viennese. Caffè Ritter, uno dei caffè storici della città. Tra un mercatino di Natale e una capatina al Museo Leopold, dove si respira la nouvelle vague artistica d’inizio secolo di Shiele e Klimt, abbiamo modo d’incontrare Tarek Eltayeb, annoverato tra i maggiori scrittori contemporanei egiziani.

È stato nella città mitteleuropea per eccellenza, Trieste, che l’ho incontrato per la prima volta volta, in ottobre: era stato invitato al festival internazionale Sidaja, organizzato dalla Casa della Poesia, al quale ogni anno presenziano i poeti più rilevanti della scena europea e mondiale (quest’anno, tra gli altri, Rosaria Lo Russo, l’angloamericana Judi Benson, il portoghese Casimiro De Brito, l’islandese Sigurbiörg Thrastardóttir e il croato Branko Čegec).

Eltayeb mi è parso subito disponibile e sorridente. Ora, nel gremito caffè Ritter, parla a lungo della sua infanzia e della sua vita, senza reticenze.

Ed è proprio qui che ha scritto una delle sue poesie preferite, Acqua e caffè, di cui riportiamo la traduzione di Costanza Gruber pubblicata nel volumetto Sidaja 2007 – Incontri Internazionali di Poesia – VII edizione.

Acqua e caffè

Cento volte al giorno ripete:
«Devo tornare, qui regna l’inclemenza.
Laggiù il bene e il calore e…»
Poi tace
Gli chiedo: «laggiù, dov’è?»
Egli indica la direzione con la mano
E il suo volto perde i tratti
Poi tace
Lo prendo per mano e in un angolo tranquillo della taverna
Ci sediamo ad un tavolo
Ordino un caffè per lui, acqua per me
Gli parlo in arabo e aggiungo acqua al suo caffè
Si irrita: «Sei pazzo?»
Cerca di togliere l’acqua dal caffè
Cerca
Cerca di restituire l’acqua all’acqua.

Un’infanzia tra Steinbock, Hemingway e i racconti delle donne

Tarek racconta che suo padre aveva una biblioteca piuttosto fornita, che spaziava dagli autori classici arabi ad altri moderni ed occidentali. «Era una grande appassionato di letteratura. Quando leggeva a letto sfogliavo i libri e i giornali con lui, anche se non sapevo ancora leggere, solo per imitarlo» racconta. «Mi ero convinto non solo che li leggese, ma che fossero scritti da lui, perché, preciso com’era, aveva fatto rilegare diversi libri tascabili in cuoio e aveva munito il retro del libro con la propria firma autografa. Leggeva autori arabi classici, ma anche occidentali quali Steinbock ed Hemingway, e l’egiziano Nagib Mahfuz. Quando sono andato a scuola sapevo già leggere e scrivere, così la maestra, che si era accorta che io ero più avanti degli altri bambini, mi affidava suo figlio, un bambino iperattivo che si calmava solo quando gli raccontavo delle storie. Ma se la storia che gli avevo raccontato di lunedì era iniziata con una scimmia come protagonista, e il martedì parlavo di una giraffa, si arrabbiava e voleva riprendere la storia del giorno prima. È così che nacque, per me, l’esigenza di trascrivere le mie storie». Una serie di circostanze, insomma, che l’hanno condotto per mano nel mestiere di scrittore.
Anche le donne della famiglia sono state importanti: «Mia madre, mia nonna e mia zia si riunivano ogni pomeriggio con le vicine per cucinare. Queste riunioni tra donne erano per me l’occasione di ascoltare piccanti pettegolezzi e racconti. Quando mio padre mi diceva di andare tra gli uomini, ad ascoltare i loro discorsi di finanza e politica mi annoiavo a morte: molto più divertente ascoltare le donne!». E poi i bambini avevano un ruolo nella famiglia: «Se la nonna usciva per una commissione, per non perdersi una puntata delle serie radiofoniche, che allora duravano una settimana, dava a noi bambini il compito di ascoltarla e di raccontargliela. Ma eravamo piccoli, ognuno di noi aveva una versione diversa della storia: per cui si creavano intrecci di racconti, rielaborazioni in cui ogni bambino ci metteva del suo, che poi mi hanno segnato nella mia professione».

Dagli studi in Egitto a Vienna. Passando per l’Irak

Tarek, di origine sudanese, è nato nel 1959 al Cairo e ci ha vissuto per venticinque anni: conosce quindi piuttosto bene la realtà egiziana attuale, complici anche i suoi numerosi rientri in Egitto. Ma com’è finito nella capitale austriaca? «Sono venuto qui senza conoscere la lingua e senza soldi, a ventitrè anni. Non mi considero un poeta in esilio, perché la mia è stata una decisione libera: non c’erano sbocchi né a livello professionale né intellettuale. C’è anche da dire che all’epoca – primi anni Ottanta – c’erano dei problemi politici tra Egitto e Sudan: per il governo ero considerato sudanese, e la pressione fiscale sugli studenti non egiziani si fece molto pesante. Così dopo la laurea in economia iniziai a lavorare per uno studio di auditing, ma le mansioni che mi affidarono erano di segreteria e lo stipendio da fame».
Siamo nel 1981. Prima di andare a Vienna a specializzarsi, il giovane Tarek decide di viaggiare in un altro Paese islamico. Ma viaggiare nei Paesi islamici non era così semplice: per quanto si considerassero tutti “Paesi fratelli”, era necessario il visto. Tranne che in Irak. Così si reca da un conoscente sudanese che ha un ristorante lì. In un paesino piccolissimo e molto isolato, però. «Eravamo tagliati fuori da tutte le rotte, e il ristorante, piuttosto grande, fatturava pochissimo. Ci trovavamo di fronte ad una stazione di polizia che alle sei del pomeriggio chiudeva i battenti. Da quell’ora fino al mattino successivo le fazioni kurde e arabe combattevano a suon di spari, e noi ci trovavamo proprio in mezzo». Una situazione durissima. Dal 1978 era in corso la guerra tra Iran e Irak, e c’erano problemi a uscire dal Paese. «Tranne che per noi sudanesi, non sospettabili di coinvolgimenti con la guerra. Così il mio conoscente, avendo saputo di essere tra i pochi a poter viaggiare liberamente, si mise a commerciare in spezie e stoffe, cose che si trovavano solo negli altri Paesi. Finché un bel giorno fuggì con i soldi di alcuni clienti e non si fece più vedere: ovviamente questi se la presero con me, e fui costretto a tornare al Cairo».
È la prima volta che Eltayeb parla di queste disavventure in terra irachena e del suo sedicente amico. Ma c’è stato un qualche influsso di questa losca figura nella sua letteratura? «Non voglio che i suoi figli paghino le colpe del padre. Perciò non ne ho mai parlato finora, anche se probabilmente non mi leggerebbe. Forse, se venisse girato un film su questo periodo della mia vita, potrebbe vederlo e si riconoscerebbe. Ma per ora non è in cantiere».

A Vienna per amor d’Europa. E poi per amore

Tornato al Cairo decide di andare in Europa. Ma perché proprio a Vienna? «Non volevo fare come la maggior parte dei sudanesi, che normalmente vanno nei paesi anglofoni o francofoni. Volevo rimettermi in gioco da zero. Così inizialmente avevo pensato alla Germania, poi ho scoperto che in Austria gli studenti provenienti da Paesi considerati del terzo mondo non pagavano le tasse universitarie». Una scelta pratica, insomma, ma anche di interesse culturale. L’Europa l’aveva sempre attratto per la sua diversità culturale e per la società, molto più degli Stati Uniti dove ha l’impressione che da straniero «sia molto difficile vivere, e anche se lì mi offrissero un lavoro meglio retribuito, oggi, non mi sposterei da qui, perché lo stile di vita non mi attira e non risponde alle mie esigenze». Poi conobbe Ursula, sua moglie. «Quando ho detto a mio padre che mi sarei sposato e sarei venuto qui al nord, non mi ha ostacolato. Lui, infatti, unico figlio maschio di un padre con tredici mogli, quando è andato al Cairo per sposare mia madre era stato diseredato da mio nonno. E così non mi ha fatto passare la sua stessa odissea».
Tutti questi influssi culturali l’hanno certamente influenzato nella lingua: «La mia lingua letteraria, pur essendo arabo classico, ha una gamma di colori e sfumature che derivano dal dialetto sudanese parlato da mio padre, dall’arabo del Cairo e, naturalmente, dal tedesco, visto che vivo qui da oltre vent’anni».

Al Cairo con Nagib Mahfuz

«Un giorno di più di dieci anni fa» racconta nel suo flusso di ricordi «un amico mi propose di andare in un caffè del Cairo vicino a dove si trova la mia casa, e dove Nagib Mahfuz teneva degli incontri letterari. Dicevano che leggesse i miei racconti, ma non ci credevo granché. Quando il Premio Nobel seppe della mia presenza mi chiamò davanti a tutti vicino a lui: mi sono sentito come uno scolaretto, ero emozionatissimo. Mi ha fatto domande sulla vita in Austria, su cosa facessi, su quali fossero le differenze con la società egiziana, ed era molto interessato a conoscere i miei progetti letterari. Non aveva solo letto le mie storie: le conosceva davvero bene». Tarek si emoziona ancor oggi raccontandolo. «Ci siamo rivisti una seconda volta al Cairo, ed era passato molto tempo da quella precedente. Subito Nagib mi chiese se avessi portato qualcosa di nuovo dall’Austria. Così lessi ad alta voce dei racconti».

L’amore ai tempi della censura

Proprio Mahfuz, nel 1994, ha subito un attentato terrorista. Aveva infatti osato inserire a sorpresa alcuni profeti – Mosè, Gesù e Maometto – in un suo romanzo, Awlād hāratinā, mai pubblicato in Egitto, se non a puntate sul quotidiano del Cairo Al-Ahram (Il rione dei ragazzi, pubblicato in Italia da Pironti nel 2001) per il quale ebbe il Premio Nobel: «L’uomo che ha compiuto l’attentato» racconta Tarek «non aveva nemmeno letto il libro. Aveva solo “sentito dire” da qualcuno che il libro era pericoloso per la religione, quindi pensava che la cosa migliore fosse eliminarlo. Dopo la vittoria del Nobel è stato proposto a Mahfuz di pubblicare il libro in Egitto, ma lui ha risposto di no, perché diceva che la gente non l’avrebbe capito».
A questo punto, la domanda sulla censura in Egitto è d’obbligo: come vede la situazione attuale Eltayeb? «Si tratta di una situazione mista. Da un lato il governo è conservatore, ma anche se la censura non è così evidente, essa arriva da molte direzioni. Tutto ciò che riguarda cultura, balletto, canto è vietato perché non ha a che vedere con la religione, e anche la letteratura è un nemico da sconfiggere. Un mio racconto breve, il cui titolo è traducibile “Loro fuori di qui”, è stato censurato su un giornale egiziano. Nel racconto, in particolare, è stata censurata una scena in cui uno dei protagonisti, il vasaio straniero Jospeh, esprime la sua invidia nei confronti dell’interlocutore, un massaggiatore austriaco cieco, che ha la fortuna di toccare corpi e di avere le mani a contatto con la pelle. Un passaggio ritenuto troppo spinto sessualmente».
Ma la censura non si ferma solo agli autori di oggi: «Spesso vengono perfino modificati autori antichi. Ci sono persone che fanno ricerche sistematiche su espressioni quali “la baciò”, “la accarezzò”, “la portò a letto”, che diventano “la guardò negli occhi”, “la portò in giardino”. Quattordici anni fa, mi trovavo al Cairo, decisi di comprare i quattro volumi delle Mille e una notte. Mi diedero quattro miseri volumetti. Chiesi spiegazioni al libraio: mi disse che si trattava “della versione migliorata e depurata da tutte le immoralità e le blasfemie dell’originale”. È una situazione che si ripete ancora oggi; e gli scrittori contemporanei, ormai, sono ridotti a un ghetto, isolati dai poteri in gioco nel Paese».

Un ringraziamento particolare a Michela Zanotti per la traduzione simultanea dal tedesco

Crediti fotografici: Josiane Jefferson

Anna Castellari su poetry.cafebabel.com, 2 gennaio 2008

Questo articolo è citato nel volume I colori sotto la mia lingua. Scritture transculturali in tedesco, curato da Eva-Maria Thüne e Simona Leonardi, nel capitolo La frontiera li attraversa. Appunti sulla poesia  transculturale austriacadi Barbara Pumhösel, edito da Aracne Editrice, 2009.

Università, scandali accademici

PANORAMA

DI ANNA CASTELLARI @

07/12/07

(Foto: boooooooomblastandruin/flickr)

Corsi fantasma in Italia, toilette gelide in Francia, tutti giù per terra in Germania, bustarelle in Lituania. Un giro tra gli atenei dell’Ue.

Italia, l’anno sabbatico del corso di laurea

(Foto Edmis/ Flickr)

«Ho fatto l’erasmus a Bologna. Non ci sono paragoni con l’Inghilterra», racconta Louise, studentessa inglese di 27 anni. «In Italia è tutto diverso: a Londra eravamo al massimo 30 per classe, da voi invece non c’è limite! Per non parlare dei tutor. La mia coordinatrice erasmus lavorava anche in un’altra università e ci riceveva una volta al mese. Impossibile parlarle, con la fila che c’era».

Sembrano le solite lamentele degli stranieri appena sbarcati nel Belpaese, ma la realtà universitaria nostrana è davvero scandalosa. Professori che non si presentano perché lavorano in quattro atenei diversi o fanno due lavori. Ricercatori tuttofare. Personale assente e disorganizzazione imbarazzante, sono problemi nei quali inciampano ogni giorno milioni di studenti.

Francesca, 26 anni, laureata del Vecchio ordinamento a Trieste, vede nero. Ha studiato Scienze e tecniche dell’interculturalità, nato nel 2000 «durante una bevuta in osteria», come ha dichiarato lo scorso anno il professor Giovanni Ferracuti, uno dei fondatori. Francesca racconta: «Al momento dell’iscrizione il mio corso di laurea prometteva mari e monti. Doveva formarci per lavorare in uffici per l’immigrazione e ong. Non c’è stato uno straccio di contatto con nessuna istituzione. Al Nuovo ordinamento hanno lo stage obbligatorio, noi nemmeno quello. Inoltre la laurea del mio ordinamento è, come si legge nel sito, “equipollente a Scienze del Servizio Sociale”, ma si può avere accesso solamente ai concorsi statali che richiedono una laurea umanistica. Ci aspettavamo che l’equipollenza fosse con Scienze Politiche o Scienze della Comunicazione, ma non è stato così. Inoltre ho saputo che quest’anno il corso è stato congelato. Quale corso di laurea si prende un anno sabbatico? Forse faccio parte di una pregiata specie in via di estinzione, o semplicemente sono stata bidonata».

Francia, tutti in piazza

Se in Italia l’università è moribonda, neanche la Francia si sente troppo bene. Oltralpe le proteste, dal Sessantotto in poi, son motivo d’orgoglio. E quando iniziano vanno avanti anche per mesi, bloccando tutti i servizi. Comprese lezioni e segreterie. Come nel 2006 quando l’intero Paese è rimasto bloccato per lo sciopero contro il Cpe (Contratto di primo impiego ndr), che autorizzava i datori di lavoro a licenziare senza giustificazione i lavoratori con meno di 26 anni nei primi due anni di impiego. Un disegno di legge che il Governo francese fu costretto a ritirare dopo aspre proteste. Così racconta Kate un’inglese di 24 anni iscritta alla Facoltà di traduzione e interpretazione di Bath, in Inghilterra, «in quel periodo, per ben tre mesi tutto è rimasto chiuso, biblioteca compresa. Ero a Tolosa, erasmus alla Mirail University. Ma anche quando siamo tornati alla “normalità” in realtà non c’era di che rallegrarsi. L’edificio universitario era sempre più fatiscente con i bagni all’esterno e graffiti ovunque. Una cosa orrenda».

Germania, dove non si paga(va)no le tasse

«Nella mia università si è cominciato a pagare le tasse da quest’anno», racconta il 23enne Dominik, studente di economia a Hohenheim, nello stato federale del Bade-Wurtemberg nel sud della Germania. «500 euro a semestre. In Germania, prima, non le pagava nessuno. Ora 12 Stati federali su 16 le hanno applicate. Il problema è sopratutto il numero di iscrizioni. Il Rettore della mia università ha permesso l’ingresso a ben 700 matricole alla mia facoltà. Il risultato? La prima settimana alcuni studenti rimanevano fuori, visto che le aule contengono al massimo 400 persone. Allora hanno installato un sistema di videoconferenza, ma è molto difficile capire quello che dice il professore. Io sono fortunato, perché mi sono iscritto tre anni fa, anche se pure noi facciamo lezione seduti per terra».

Lituania, bustarelle per un trenta

Uno studente studia per un esame (Foto: Lewishamdreamer/ Flickr)

In Lituania la situazione universitaria è molto fluttuante a seconda delle facoltà e delle segreterie. In generale, racconta Indre, laureata all’Istituto Universitario di Relazioni Internazionali a Vilnius, «manca un insegnamento aggiornato ed è tutto teoria e niente pratica». Ma accade anche di peggio, come racconta Tomas, 22 anni, studenteall’Istituto Tecnico Universitario Gediminas di Vilnius: «Lo scorso anno c’era un professore che prendeva bustarelle per i voti. Anche se uno studente non sapeva niente, pagando poteva ottenere un buon risultato. Se era sicuro di passare l’esame, poteva anche non pagare, altrimenti meglio consegnare la “busta”». Il costo? «100 litas per un esame orale (circa 30 euro), 50 per un lavoro a casa». Un salasso nel Paese Baltico. Ovviamente, continua Tomas, «nessuno si è lamentato, perché questo faceva comodo a tutti, ma il professore è stato “beccato” e ha cambiato ateneo».

Un ringraziamento a Indre Kumpikeviciute

Foto nel testo: (Edmis/ Flickr); (Gael Turpo/ Flickr); (ThelmageGroup/ Flickr); (Lewishamdreamer/ Flickr)

DI ANNA CASTELLARI

Articolo apparso su Cafebabel

Venezia-Francoforte, la contro-Biennale degli studenti

DI ANNA CASTELLARI

21/09/07

Cerca le chiavi, cerca le chiavi (Foto associazione Mobeel)

Cronaca di cinque appuntamenti con i passanti veneziani. Firmata dagli allievi (europei) di Architettura e Belle Arti.

Venezia, una sera di primavera, campo San Pantalon. Una ragazza bionda, in pantaloncini e felpa, cerca freneticamente di aprire un portone, senza riuscirci. Fa il giro delle chiavi. Le prova una ad una, ma non riesce ad aprirlo. Una passante commenta in veneziano stretto: «A tosa a serca e ciave, a serca e ciave» (la ragazza cerca le chiavi, cerca le chiavi, ndr), e un’altra grida: «Chiamate un fabbro!». La ragazza, circondata da occhi sbigottiti, corre intorno alla piazza e ricomincia a provare le chiavi.

Da Francoforte a Venezia, passando per la banlieue parigina

In realtà si tratta di una performance coprodotta dagli studenti dello Iuav di Venezia e dell’Accademia di Belle Arti di Francoforte, la Stadelschule. Che fa parte di cinque eventi d’arte contemporanea, tutti europei, giovani e fuori dagli schemi. Anzi, non cinque ma4+1. Lo scopo della manifestazione omonima tenutasi nella primavera 2007? Dimostrare che esiste un vero e proprio giro di artisti fuori dai soliti circuiti, che s’interrogano sul senso dell’arte a suon di provocazioni. Una realtà alternativa alla tradizionale Biennale d’arte di Venezia, che si concluderà il 21 novembre 2007 nella città lagunare.

Passato un ponte ed un buio sotoportego (un sottoportico), a pochi metri da Campo San Pantalon, ci ritroviamo a lato della splendida Chiesa dei Frari. Qui un ragazzo in accappatoio e infradito sta declamando un discorso che legge scorrendo dei fogli. Il discorso dura una mezz’oretta, poi ricomincia, per un totale di un’ora e mezza. Alcune telecamere sono piazzate di fronte agli attori, illuminati dai riflettori. Sono set cinematografici che andranno a comporre un mosaico di video in proiezione la sera stessa. Uno dei curatori dell’evento, Pietro Rigolo, mi spiega che «ci sono stati altri due set oggi. Il tema dell’evento? Il rapporto tra opera d’arte e pubblico. Per questo abbiamo deciso di allestire dei set “casuali” in giro per Venezia. Volevamo cogliere la reazione dei passanti. Nei due set di stamattina si riprendevano persone che facevano flessioni e addominali, che abbracciavano i veneziani, che si asciugavano il sudore». Rigolo mi indica i due artisti che hanno ideato l’evento: Claudio Marcon, studente allo Iuav di Venezia, impegnato nelle riprese, e Hanna Hildebrand, giovane artista della Staedelschule di Francoforte, capelli ricci e sguardo sorridente. Non male per due ventenni.

Quattro video

Hanna la conosco. Insieme ai suoi compagni di corso era venuta ad un vernissage di una mostra nella residenza per artisti di Noisy-le-Sec, nella banlieuenord di Parigi nel 2006. È sorridente, felice che l’evento veneziano abbia suscitato curiosità, in una città che pare ripiegata unicamente sull’evento Biennale. «Devi vedere tutti e quattro i video insieme per capire il senso di questi set, per costruirti tu una storia. Volevamo riprendere una sorta di quotidianità che si ripete, per questo abbiamo scelto di far ripetere la stessa scena per un’ora e mezza in ogni set. Abbiamo voluto riprendere il momento in cui si fa sport, il durante e il dopo, ispirandoci alle riflessioni del semiologo Roland Barthes. I quattro set dovevano svolgersi in contemporanea, ma per motivi di budget non ce lo siamo potuti permettere. Sarebbe stato interessante vedere che storia si sarebbero costruiti i passanti vedendo i quattro set uno dietro l’altro».

Alle 22, dopo la fine delle riprese, ci rechiamo in una casa in Campo San Giacomo. Sono tutti luoghi sconosciuti ai turisti: ci troviamo nel sestiere (zona) di Santa Croce.

La casa è una casa vera e propria, disabitata da tempo, ma ancora arredata. In una stanzetta, dopo un intenso andirivieni e frenetico lavorio degli artisti, possiamo finalmente entrare a scoprire che cosa ne è venuto fuori. Si proiettano in contemporanea i quattro video. Nei primi due, tre calciatori fanno flessioni ed esercizi per un’ora e mezza. Il terzo e il quarto, invece, sono quelli girati poco prima in Campo San Pantalon e vicino alla Chiesa dei Frari.

Una foresta a testa in giù

A coronare il progetto una performance “fatta in casa”. La casa di uno dei partecipanti al progetto, Tobia, si trasforma in Tobia’s garden. One night, fifty plants, sixteen square meters, ovvero una foresta rovesciata di piante nella sala dove nel primo momento espositivo erano state proiettate le immagini delle riprese. La foresta rovesciata, che pende dal soffitto della stanza, è una sorta di metafora dello scarto tra il pensiero e la sua comprensione quando, espresso a parole, viene recepito; un dibattito uscito dagli incontri precedenti, come mi spiegano Plamen e Sofia, 26 e 25 anni, i due artisti che hanno commissionato l’opera. Lui bulgaro, lei danese: un’eurocoppia d’arte. I due si sono conosciuti nella Staedelschule di Francoforte, dove studiano insieme ad Hanna.

Saranno questi giovani artisti il futuro dell’arte contemporanea europea? Nell’attesa di scoprirlo, appuntamento a Francoforte il 26, 27 e 28 ottobre, per un nuovo evento.

Foto associazione Mobeel

DI ANNA CASTELLARI

Articolo pubblicato su Cafebabel

Trieste a 50 euro

Alla scoperta delle mille sfaccettature di una città multietnica e vivissima. Dove si scopre che…

DI ANNA CASTELLARI

22/08/07

Il Canal Grande, Trieste

Per 10 euro, una serata “tra i matti” a San Giovanni

Marco Bellocchio li ha documentati nel film Matti da slegare. Marco Tullio Giordana, nella splendida saga La meglio gioventù. Pellicole che ci hanno ricordato che non molti anni fa erano ancora aperti gli ospedali psichiatrici, luoghi di terrore e di elettrochoc, comunemente detti manicomi.

Franco Basaglia, illuminato psichiatra veneziano, fu il primo a decidere di chiudere l’ospedale psichiatrico di Trieste, visitabile ancora oggi nel comprensorio di San Giovanni. Sua fu l’idea di una cooperativa di lavoro per i pazienti, riabilitati così alla vita normale: e dal ’79 è presente un’iniziativa analoga, la Cooperativa Il posto delle fragole, che gestisce l’omonimo bar-ristorante vicino alle strutture psichiatriche (ma anche due alberghi in città). Di un’altra cooperativà è la radio che trasmette dall’area, Radio Fragola.

Moltissime le iniziative: serate e concerti con gli studenti universitari durante tutto l’anno, sagre dal sapore tutto paesano in estate, falò notturni, cinema all’aria aperta in agosto… capiterà perfino di assistere agli spettacoli di una compagnia teatrale con attori “matti”. Fondata da un ex paziente di Basaglia: l’Accademia della Follia.

Ex ospedale psichiatrico (Foto Simone Campani)

Per 15 euro, una luculliana cena in osmiza

Trieste, terra di frontiera. Ma più che in città, questo esser di confine con la Slovenia lo si ritrova nelle bucoliche (e fresche!) colline del Carso, in provincia di Trieste. Duino Aurisina, Sgonico, Monrupino, Dolina… paeselli che pullulano di osmize, frasche di contadini della minoranza slovena, aperte, originariamente, solo 8 giorni l’anno (osem), oggi tutta l’estate, per far assaggiare i vini e i salumi di produzione propria. Immancabili: vin terrano e formaggio tabor.

Osmiza (Foto Simone Campani)

 

Per 10 euro, shopping nell’ex ghetto ebraico

Qui a Trieste li chiamano trapoleri, nel giocoso e ancora vivissimo dialetto locale. Sono i rigattieri, vendono di tutto: dall’antiquariato di lusso ai mobili vecchi di scarto, ai libri. E sono moltissimi nell’ex ghetto ebraico. Proprio perché l’anima commerciale degli ebrei è ancora molto forte, e sono proprio questi a gestirli. A Trieste, città multireligiosa, è infatti presente non solo una sinagoga, ma anche una chiesa luterana, una greco ortodossa e una serbo ortodossa. Che meritano certamente una visita: testimonianza viva e vitale che le comunità religiose possono convivere pacificamente.

Chiesa serbo ortodossa (Foto Deanz/Flickr)

Per 2 euro, dal tram storico per Opicina al sentiero Napoleonico

Un tram, storico, che s’inerpica sulla salita – e che salita! – di via Commerciale, arrivando a Opicina. Dove una splendida passeggiata con vista mare, il sentiero Napoleonico, conduce ad una parete di arrampicata per gli appassionati. Una passeggiata non difficile, fattibile d’estate come d’inverno, ovviamente bora permettendo.

Tram storico (Foto Simone Campani)

 

 

Per 7 euro, visita al Castello di Duino. Con passeggiata sul sentiero Rilke

Il poeta austro-tedesco di origini praghesi Rainer Maria Rilke, vissuto in Boemia, Germania, Russia e Parigi, diceva a proposito del Castello di Duino: «Hiersein ist herrlich» (“essere qui è spendido”). Proprio qui compose le ben note Elegie duinesi. Tanto che gli venne dedicato un sentiero vicino, il sentiero Rilke, tra le passeggiate più romantiche, a strapiombo sul mare, nell’incantevole cornice mediterranea. Nel Castello numerose mostre sulla letteratura del poeta.

(Foto: Simone Campani)

DI ANNA CASTELLARI

Articolo pubblicato su Cafebabel