La verità, vi prego, sulla morte

Intervista a Thomas Torelli, regista del documentario sul terremoto a L’Aquila, Sangue e cemento.

pubblicato il 03/05/2010
di Anna Castellari

Sangue e cemento, presentato al festival Le voci dell’inchiesta, a Pordenone, oltre che ad altri festival in tutta Italia, arriva dritto al cuore e al cervello di chi lo vede. Perché è diretto. Perché descrive in modo comprensibile una vicenda altrimenti quasi oscura(ta) nei palinsesti televisivi tradizionali. La grafica e il montaggio, curatissimi, aiutano a ricapitolare le informazioni che vengono trasmesse durante il documentario. La Iena di Italia 1, Paolo Calabresi, conduce lo spettatore per mano alla scoperta delle verità dietro alla tragedia de L’Aquila, portando allo scoperto le responsabilità dell’uomo in un dramma evitabile.
La mia memoria di giornalista friulana va, irrimediabilmente, alla tragedia del Vajont del ‘63, quando la responsabilità umana amplificò e anzi, causò, la catastrofe naturale. Una storia che si ripete. Gli interessi economici e mafiosi, così come emerge dal documentario del regista romano Thomas Torelli e del Gruppo Zero, superano di gran lunga la memoria storica delle catastrofi naturali: si costruiscono, così, edifici non antisismici in zone ad altissimo rischio sismico. Dichiarate per l’occasione a basso rischio. Si “fa fuori” a suon di licenziamenti chi tenta di denunciare la pericolosità sismica, dal geofisico al dipendente comunale. Si ignorano deliberatamente le verità scientifiche. Il terremoto non si poteva evitare, le 299 morti sotto le macerie sì. Questo è quanto emerge dal documentario e dalle voci che vengono ascoltate.

Come è nato il progetto di documentare le responsabilità economiche e politiche emerse dopo il terremoto abruzzese?
Il progetto è nato dall’idea di raccontare questo disastro in un modo originale. Nei giorni immediatamente successivi al terremoto si è parlato molto di questo dramma, ma solo in termini propagandistici per il governo e chiunque provasse a porre domande o dubbi veniva accusato di essere antitaliano. Abbiamo deciso quindi di iniziare a indagare su come si stava gestendo la questione ricostruzione e se gli stessi che avevano costruito con dolo avrebbero finito per guadagnare dalle loro stesse malefatte. Dopo pochi giorni dall’inizio dell’inchiesta, abbiamo capito che prima di occuparci della ricostruzione dovevamo analizzare tutto quello che c’era stato prima, e cosi è nato il documentario. Inoltre la domanda che che poi ha ispirato tutto il documentario è stata: perché in Italia muoiono 308 persone per un terremoto che in un’altra parte del mondo farebbe nessuna vittima, o comunque molte di meno?

Ma 308 o 299 quindi?
Noi abbiamo messo 299 perché ci è sembrato più corretto, nel senso che sono 308 se si mettono le vittime che sono morte d’infarto, quindi per cause indirette. 299 sono le persone morte sotto le macerie. Se muori d’infarto durante un terremoto si muore comunque per colpa del terremoto, ma siccome si vuole fare un documentario d’inchiesta si rischia di essere comunque accusati di qualsiasi piccola imperfezione: abbiamo sempre cercato di muoverci su un terreno ultrasicuro, magari per difetto piuttosto che per eccesso.

Partiamo dalle persone che intervisti nel documentario. È stato difficile stabilire con loro un contatto (ovvero, ci sono stati episodi di omertà), oppure hai notato che c’era una certa volontà e direi, un bisogno di testimoniare su come sono andate le cose durante il terremoto?
Quasi sempre la gente è stata ben disposta a parlare, perché è sempre più raro che vengano poste certe domande che nell’inchiesta invece si pongono. Per cui nella nostra esperienza, anche in altri progetti d’inchiesta, abbiamo sempre trovato collaborazioni a tutti livelli. Poi comunque nell’inchiesta abbiamo intervistato non solo aquilani.

In quanto tempo è stato girato?
In due mesi. Abbiamo iniziato a lavorare i primi di maggio e il documentario è uscito pochi giorni prima del G8. A noi interessava dare un altro tipo di informazione a caldo, tant’è che il documentario è stato fatto molto di corsa, con un’organizzazione molto radicata, perché abbiamo mandato operatori, giornalisti, in varie troupe sparse per l’Italia, abbiamo fatto un grosso lavoro al montaggio, gruppo zero (il gruppo di lavoro che ho creato durante il documentario zero-inchiesta sull’11 settembre) è un gruppo molto affiatato che riesce a lavorare con grossa affinità, approfitto per fare i complimenti a tutti.

Secondo la tua esperienza acquisita durante l’esperienza di questo documentario, c’è una coscienza nella popolazione riguardo alle intrusioni mafiose nella costruzione degli edifici crollati, oppure ciò viene ancora totalmente imputato al terremoto?
Il discorso della coscienza è sempre difficile. perché mentre alcune persone si cercano le informazioni in maniera autonoma, curiose di trovare altri tipi di informazione, e ovviamente sono coscienti delle infiltrazioni mafiose e di quanto la mafia sia responsabile degli incidenti e di quant’altro, altre non lo fanno. In questi giorni il Presidente del Consiglio ha detto che la mafia italiana è al sesto posto ed è colpa di chi ne parla, questo ti porta a riflettere sul fatto che comunque molta gente non ha coscienza di quanto invece sia pericolosa l’infiltrazione mafiosa.

A tal proposito, c’è a tuo avviso una volontà politica da parte del governo di ostacolare la distribuzione di materiali informativi, al di là della recente dichiarazione di Silvio Berlusconi riguardo le inchieste e le fiction sulla mafia?
Partiamo da un presupposto: in Italia c’è poca libertà d’informazione, siamo al 45° posto al mondo. Quindi c’è una volontà di non parlare di certe cose, ovviamente la stessa volontà per cui ancora oggi il documentario non è stato mandato in tv, nonostante sia riconosciuto come uno dei migliori documentari su L’Aquila.
Da un punto di vista politico, la mafia esiste ed è così forte perché vive attraverso le infiltrazioni dentro la politica. Se la mafia non fosse così ben radicata all’interno della politica probabilmente non sarebbe la mafia, sarebbe un’organizzazione di gente che fa racket o cose del genere.

C’è un secondo documentario?
Avremmo voluto, in realtà, abbiamo più di una volta tentato di metterlo in piedi, anche collaborando con altri filmaker che stanno lavorando a L’Aquila, non siamo ancora riusciti perché alla fine è sempre molto difficile trovare finanziamenti. Noi avremmo la volontà, la forza, l’energia di continuare. Speriamo che succeda, noi ci siamo e ci saremo sempre.

Trailer del film

[Fonte: www.cuntrastamu.net]

I cento passi

(di Marco Tullio Giordana, 2000)

Pubblicato il 28 maggio 2007

di Anna Castellari

“Cento passi ci separano da casa nostra e da Tano. Cento passi!”. L’urlo di Peppino Impastato rimbomba nel vuoto pneumatico dell’aria stantia siciliana degli anni Settanta. Senza paura. Contro il boss dei boss dell’epoca, a Cinisi (Palermo): Don Gaetano Badalamenti, per gli amici (affiliati) Tano. Peppino Impastato non voleva cambiare il mondo. No, non voleva partecipare all’operazione “chiappe selvagge” portata avanti dai figli dei fiori dell’epoca, né andare ad abitare in una comune con loro. Voleva cambiare un mondo, il suo, quello di Cinisi. Ispirandosi al realismo-idealismo pasoliniano (e non a caso, in una commovente scena, la madre dell’Impastato legge alcuni versi dell’autore friulano), Peppino voleva gridare e portare avanti una battaglia ben precisa e ben delineata. Nessuna fantasia al potere, nessuna utopia: semplicemente, uno sradicamento di qualsivoglia forma mafiosa dal territorio siciliano.

Non c’è una grande indagine “filologica”, nel corso del film, dei traffici illeciti mafiosi della mafia degli anni Settanta: si tratta di qualcosa che non è assolutamente nelle intenzioni del regista. Non si vuole, sembra, disegnare un preciso profilo degli intrallazzi locali, né dare una spiegazione scientifica agli stessi. Un realismo che, probabilmente, manca: se Luigi Lo Cascio, nella sua ottima interpretazione, ricalca chiaramente la figura dell’intellettuale impegnato ma realista, serio ma ironico, cosciente dei problemi della classe media, manca un po’ di quell’indagine storico-politica che dia un pizzico di meno retorica al film. Per questo i personaggi, pur riuscitissimi nelle linee del loro carattere e del ruolo sociale, risultano un po’ stereotipati. Uno stereotipo, che, però, ha contribuito finalmente a smontare quello del mafioso hollywoodiano, che Giordana prende in giro attraverso la figura degli zii d’America dell’Impastato: perfino Don Tano li snobba. Preferendo il formaggio delle sue pecore alla preziosa cravatta del cugino d’America. Si sa, è del teatro e del cinema il personaggio stereotipato. Ma forse, in questo caso, si tratta più di archetipi, di nuovi stereotipi.

Le magistrali interpretazioni, in primis della madre di Peppino (Lucia Sardo), frutto di una carriera principalmente teatrale, rendono la facile retorica dell’opera un altissimo capolavoro di poesia e, sì, di ideologia. Ma di un’ideologia che fa sognare di cambiare un piccolo mondo, con benefici effetti anche per il resto di un’Italietta tesa sui suoi piccoli drammi quotidiani. In grado di far sognare anche le nuove generazioni, nell’urlo straziante di Janis Joplin e delle sue note in una notte di Summertime, tesa tra il sangue e l’insindacabile giudizio della Mafia, madre matrigna.

Articolo pubblicato su Cuntrastamu