Più libri più liberi salverà il mondo?

Già il nome, Più libri più liberi, indica che questa non è una fiera del libro qualunque, ma che si prefigge di salvare il mondo attraverso la divulgazione di libri.

Un proposito non proprio modesto, una vivacità che molti tentano di ridimensionare, bollandola come “snob”, ma forse dando alle loro argomentazioni un’aura più snob di quella che vogliono distruggere con i loro argomenti.

Ci vorrà forse un inguaribile ottimismo per vedere in queste manifestazioni un segno di speranza, ma se ne basta giusto un po’ credo ne valga la pena. Il guaio è che il male del nostro paese è quello di avere sempre meno persone che leggono, si dice. Non è proprio così, a mio avviso. Il problema è la qualità di quello che si legge, da dove partono le grandi case editrici nella scelta dei loro volumi stranieri da pubblicare (unicamente dalla classifica di vendite, a quanto mi risulta), e dalla più diffusa “letteratura”, quella che vuole Novella 2000 in testa alle classifiche di vendita delle riviste (ma si sta saltando di palo in frasca, me ne rendo conto).

Se a queste fiere ci si aggiunge una cornice, quella romana (e umana, a dispetto delle dimensioni) dell’Eur, e la presenza ai banchetti di ogni tipo di casa editrice – da quelle di fumetto alla narrativa, dall’antimafia di Round Robin Editrice e di Becco Giallo, all’arte, dalle passioni più di nicchia che vogliono conquistare il mondo, tipo i ciclisti spassionati di Ediciclo, portogruaresi che guardano il mondo dal loro oblò furlan-veneto, passando per l’illustrazione per l’infanzia: Giannino Stoppani Edizioni, Orecchio Acerbo, Topipittori i miei preferiti – ce n’era per tutti i gusti.

Bello scoprire che in Italia il movimento culturale esiste, con le dovute eccezioni in negativo, e che l’amore per il bello e la qualità possono ancora salvare questo paese alla deriva. Oppure non potranno salvare un paese, ma almeno ridare fiducia a qualcuno, quello sì.

Umile e deserta, fragile scoperta

Ci sono posti dove, nonostante l’atmosfera stantìa che si respira durante l’anno, ogni tanto sembrano accadere dei piccoli miracoli. Ma spesso e volentieri, si tratta di miracoli di nicchia, che attirano un pubblico limitato.

Non sembra il caso del festival Trieste Poesia, che unisce le voci di quest’arte spesso dimenticata alla traduzione – con un prestigioso premio, intitolato a Gerald Parks -, alla musica e all’arte. E lo fa dal 30 novembre al 3 dicembre, tra il Caffè Tommaseo, il Caffè del teatro Verdi e lo stabilimento Ausonia, posti caratteristici di una città che in quei giorni vuole guardare oltre.

Trieste Poesia è un posto dove si può star bene, senza respirare l’atmosfera da salotto che spesso pervade queste manifestazioni. O meglio, un po’ di ufficialità ci dovrà pur essere: perché quest’anno si premiano Ion Deaconescu, poeta rumeno ammirato da Luzi e Allen Ginsberg, per dirne due, e la traduttrice Sabrina Mori Carmignani.

Ma c’è dell’altro, meno ufficiale ma molto, molto succulento.

Anzitutto Massimo Zamboni, il 2 dicembre all’Ausonia. Chitarrista dei CCCP e dei CSI, nonché artista a tutto tondo. Il 2 dicembre porta  nella città alabardata, nel caratteristico stabilimento Ausonia, la sua performance musicale Tre motivi di saggezza, a conclusione del 5th Trieste International Poetry Slam, gara poetica ormai diffusissima anche in Italia. E quali sarebbero i motivi di saggezza? Sconfitta, Inermità e Estinzione. Che però, facilmente, possono costituire anche motivo di difficoltà. Solo facendo un’analisi dall’esterno, è possibile trarne forza. Parola di Zamboni. Che è ottimista: “La nostra, una razza che ce la fa sempre, e che sempre riesce a ricostruire il mondo anche partendo da piccole cellule di sopravvivenza”.

Eppoi quest’anno, precisamente il 3 dicembre, e sempre all’Ausonia, c’è anche un’altra grandissima icona per una certa gioventù friulan-veneta (ma non solo) anni Novanta. Si chiama Giulio Estremo Casale, è nato nel 1971 a Treviso, ed è noto per essere stato l’anima e l’ideatore del gruppo rock Estra, un surrogato di Soundgarden, Nirvana, Pearl Jam, Jeff Buckley, insomma: la cultura rock e grunge in salsa veneta. La band ha saputo forse più di ogni altra, in Italia, ben prima dei monotoni gorgheggi reiterati di Vasco Brondi, e in un modo certamente più multisfaccettato, esprimere il disagio della periferia industriale italiana, i sentimenti nel paesaggio ruvido di questi posti, la serialità delle villette a schiera. E si esibirà il 3 dicembre in concerto, dopo una lettura di poeti da tutto il mondo.

Oggi è cresciuto, è uscito dal Veneto – che fa sempre bene -, ha saputo rinnovarsi e perfino vincere il premio Grinzane Cavour. Per dire, che it’s (not) only rock’n’roll and we like it.

E tanto per farsi un’idea, magari pure un po’ nostalgica, della sua musica e della sua poesia, che vanno a passeggio insieme, piazziamoci pure un bel pezzo dei loro, di quelli strappalacrime che pure a dieci anni di distanza fanno ancora effetto a noi, ex adolescenti di quell’epoca. Buon ascolto.

(Umile e deserta/fragile scoperta/non esiste un’isola/triste triste/come te)

Per informazioni sul festival: www.triestepoesia.org