Il cuculo e il gallo

Quando ero piccola in estate andavo in “vacanza” in quel paesotto che è Cervignano. Ci abitavano i miei nonni. Ora, tutti si immaginano che i nonni vivano in una casa con giardino, in mezzo al verde, e che i loro nipoti assuefatti dalla vita cittadina in estate vadano a rigenerarsi da loro. Per me era il contrario: cani, gatti e giardino li avevo tutto l’anno, e l’appartamento di mia nonna era qualcosa di esotico, primo perché voleva dire andare al mare, e poi per quella carta da parati a righine ruvida che avevano ovunque.Ora, sto divagando, ma la cosa strana di tutto questo è che da loro sentivo i versi di due animali che invece da me non c’erano: il cuculo (che ho scoperto di recente si pronuncia [cucùlo]) e il gallo. Dai miei si sentivano al massimo i cani dei vicini, da mia nonna in appartamento animali da cortile. 

Questo per dire che in questi giorni, a Milano, con i primi caldi sento cantare il gallo; e che se anche mi trovo in un appartamento cittadino, la cosa non mi colpisce poi tanto, o meglio, mi confonde sì, ma a scoppio ritardato.

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Utopie, sarte e case editrici

Qualche anno fa a Trieste ho incontrato Silvia Salvagnini in un caldissimo pomeriggio d’estate. Eravamo in macchina io e altri che aspettavamo si cambiasse per andare a Monfalcone ad Absolute Poetry. Mi ha fatto subito arrabbiare ancora prima di conoscerla perché ci stava mettendo troppo, ma quando è salita in auto mi ha letteralmente travolto. Non ricordo quasi niente di cosa mi disse, se non che risi tantissimo e la perdonai dentro di me per il ritardo e la conseguente sudata.

Silvia Salvagnini, L'orlo del vestito, Sartoria Utopia 2016
Silvia Salvagnini, L’orlo del vestito, Sartoria Utopia 2016

La sera c’era il Big Boat Poetry Slam e io, che ero già disincantata e abituata alle paturnie dei poeti, rimasi rapita dalla sua lettura.

Poi ci perdemmo quasi completamente di vista, fino a quando, ironia della sorte, non venni a Milano e lei mi travolse con i suoi libri.

Qui a Milano ho conosciuto Francesca Genti e Manuela Dago, che hanno un progetto stupendo che si chiama Sartoria Utopia e oggi sono tanto, tanto contenta che queste poete “dalla parte delle bambine” si siano incontrate e abbiano dato vita al progetto degli Utopini, i cui primi due titoli sono questi qui.

Alla fin fine ci dobbiamo pur sempre fare i conti

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Questa è la storia.
Nel 1993 mio padre, ai più noto come “il Lupo” (soprannome derivatogli dal fatto che quando ero piccola ululò dalla tetto di casa dove volevo andare: era terrazzato, non spiovente e piuttosto pericoloso), iniziò a interessarsi, per primo in regione FVG, ai corsi di formazione rivolti ai carcerati.
Così iniziò a organizzarne qualcuno al Cedis, la comunità di recupero tossicodipendenti dove prestava servizio volontario da qualche anno.
I corsi, organizzati con IRFOP, un ente di formazione professionale, erano di informatica, grafica e giardinaggio.
Fu proprio sulla manutenzione del verde che si specializzarono i detenuti che lui portava ai corsi e che prese a lavorare.
Nei primi tempi non avevano una sede: quindi capitò anche che i lavoratori di Oasi, così si chiama la cooperativa che nel frattempo aveva fondato, venissero in massa a fine giornata a farsi la doccia a casa nostra. Qualche tempo dopo ospitammo per tre mesi anche Aldo, “angioletto” (così chiamavamo i detenuti in famiglia) storico che ancora oggi vive nella sede di Oasi; Aldo oggi non dimentica un compleanno, né mio né di Madre, ed è un caposaldo della cooperativa.
Nel 2000 mi sono interessata anche io di detenuti, e con la scusa di un convegno sono andata a Roma con Piero Di Pauli, nume tutelare della cooperativa. Era una persona squisita, lo chiamavamo Piero bicicleta perché si spostava anche per chilometri sempre in bici, aveva sempre la battuta pronta e una voglia di vivere e di aiutare gli altri che ricordo ancora con affetto. Altre persone per me sono state importanti: Paul dai lunghi capelli, che proprio quando aveva ripreso in mano la sua vita e si era redento, morì in un incidente stradale; Marina che veniva chiamato così perché aveva passato alcuni anni in marina; e altri che mi hanno raccontato le loro storie, e che continuano a parlarmi anche adesso che non ci sono più.

Domani, 18 dicembre, la Cooperativa compie vent’anni. Posso dire che alla firma del notaio io c’ero? Posso dirlo: avevo quattordici anni e queste cose ti rimangono impresse nella mente, specie se succedono a quell’età. Finalmente ho convinto i soci del Lupo, a sua insaputa, a raccogliere le vive testimonianze di soci volontari e lavoratori in un sito web che ho costruito io. Lui, reticente ai social network e alla rete, la usa soltanto per leggere le notizie e inviare mail, e non ne aveva mai voluto saperne. Assieme al sito, sabato verrà presentato il libro “Non era un miraggio. I vent’anni dell’OASI per la dignità sociale e occupazionale di detenuti ed ex detenuti”, curato con grande amore dai soci, da Francesco Guazzoni che si è appassionato al lavoro della cooperativa e, graficamente, dallo Studio Janna di Pordenone. A me ovviamente la parte più rognosa, ovvero la ricerca della tipografia: la stampa alla fine è stata affidata alle Grafiche Antiga, che a Crocetta del Montello fa libri da un sacco di tempo e ha pure un museo dei caratteri tipografici che voglio visitare.

In questo sito, e in quel libro, c’è anche un pezzo di me, perché anche se rinneghiamo le nostre origini alla fin fine dobbiamo pur sempre farci i conti. Se sono oggi quello che sono, in buona parte è dovuto anche a queste esperienze, a ciò che il Lupo ha fatto e non ha fatto per altri e per noi, e non posso che commuovermi sfogliando il libro e facendo questo lavoro di archiviazione.

Più a casa di così

Ieri pomeriggio mi stavo proprio lagnando del fatto che, a causa del virus che mi sono beccata, non sono potuta tornare in Friuli lo scorso weekend, specie perché non ho potuto bere vin brûlé in piazza XX settembre nelle casette di legno che ivi vengono allestite in occasione del santo Natale (anche se è sempre troppo caldo per il brûlé).
È stato allora che abbiamo deciso di recarci al villaggio natalizio sulla Darsena, tutti lo vogliono tutti lo cercano tutti ne parlano. E TAAAAAAC! Il mio naso sopraffino mi ha subito indicato la via per il brûlé, che si trova in riva al Naviglio in una delle casette che sembrava fossero state portate lì apposta per me dal Friuli.
Come se non bastasse, al villaggio natalizio ci sono anche: la pista da ghiaccio per pattinare come al Piancavallo, la slitta di Babbo Natale su cui fare un giro lasciandosi scivolare dolcemente sulle acque del Naviglio, cibanze di ogni tipo con Puglia e Sicilia in pole position (come a Pordenone ma senza militari di carriera) e ho pensato: più a casa di così non potrei sentirmi.
E invece sì: mi sono voltata e TAAAAAAC! Il mio sguardo è caduto su una casetta dove si vendevano le pantofole altoatesine, comprese quelle a forma di ballerine appuntite in lana cotta con ricamate sopra le stelle alpine, esattamente uguali a quelle che io sola nell’universo dovevo continuare a portare negli anni ottanta per volere di mia nonna, una molto democratica e illuminata che noi nipoti avevamo soprannominato Hitler.
Più a casa di così c’è solo il Center Casa.

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