Le voci dell’inchiesta, nel segno dell’Iran e delle donne

[interni]

di Anna Castellari
foto internet
13/04/2010

Dal 14 al 18 aprile, nell’Aula Magna del Cinemazero di Pordenone, incontri con autori, registi e giornalisti, approfondimenti e ospiti internazionali a Le voci dell’inchiesta, festival internazionale di giornalismo. Nel segno delle donne, dell’Iran, del terremoto e del nucleare.

Un festival aperto, laico e plurale. Senza una linea politica precisa, ma rivolto a dare uno sguardo lungimirante e obiettivo al giornalismo italiano e internazionale. Sì, internazionale, perché sempre di più vuole aprirsi oltreconfine, con inchieste e documentari che raramente si riescono a vedere in Italia. Il progetto è curato da Marco Rossitti, docente al corso universitario di Tecnologie Multimediali dell’Università di Udine, e coordinato da Riccardo Costantini.

Molto ricco e variegato il programma, che si articola in diverse sezioni: su tutte spicca la sezione “Iran delle Donne”, con la proeizione di Green Days di Hana Makhmalbaf (Bisato d’Oro 2009 alla Mostra del Cinema di Venezia). Interessante anche la sezione intitolata “Donne con la macchina da presa”, tra cui in anteprima nazionale In the name of democracy: America’s conscience, a soldier’s sacrifice, di Nina Rosenblum, sulla storia del tenente Watada, primo ufficiale americano che si rifiutò di partire per la guerra, e The moon inside you, documentario della slovacca Diana Fabiánová sull’endometriosi (fortissimi dolori mestruali), malattia sociale che coinvolge tre milioni di donne italiane all’anno.

Non manca l’attenzione a temi d’attualità come il “Futuro nucleare”, con un documentario francese Déchets, le cauchemar du nucleaire, di Laure Noualhat ed Eric Gueret, in cui si tenta di rispondere alle domande sui rischi dell’energia nucleare, che la Francia continua a utilizzare. Nella sezione “Informazione dei disastri/Disastri dell’informazione” la costante presa in considerazione sarà quella della qualità dell’informazione in caso di disastri ambientali, prendendo a paradigma il terremoto in Abruzzo avvenuto un anno fa. L’Aquila bella mé di Pietro Pelliccione e Mauro Rubeo, Yes we camp, Sangue e cemento di Gruppo Zero pongono l’attenzione su quanto avvenuto in Abruzzo, soprattutto una volta spenti i riflettori dei media, immediatamente giunti sul luogo del disastro, ma poi scomparsi dalla scena passato il clamore.

Su temi ambientali verte anche la sezione “Il mondo è nostro: uomo e ambiente, un rapporto complesso”: Bananas di Friedrik Gertten, film svedese in anteprima nazionale dopo la Berlinale, in cui si svela la lotta contro un pesticida proibito per legge usato dalla multinazione Doole Food per la produzione delle banane; The cove, di Louie Psihoyos, vincitore del premio del pubblico al Sundance, ha conquistato anche il Premio Oscar come miglior documentario 2010. Si denuncia la pesca dei delfini e l’utilizzo delle loro carni per il commercio, pur essendo nocive per l’uomo. Il film arriva a Pordenone per una prima visione in Italia.

Non solo cinema: nella nuova collana editoriale del festival, “Radiografie italiane”, verrà presentato il libro Italia ferita di Corrado Stajano e Un paese mancato di Guido Crainz e Italo Moscati.

Evento speciale del festival è La paura di Pippo Del Bono, interamente realizzato con un videotelefonino di ultima generazione, a riprendere il funerale del giovane africano che aveva rubato dei biscotti ed era stato ucciso nel 2008. Struggente, reale, vero e tangibile. Del Bono sarà presente alla proeizione e al dibattito. E poi le Iene dialogheranno, fuori dai soliti schermi di Italia1, con gli studenti e il pubblico. Infine, a chiudere, sabato 17 tutti a ballare con il dj set del rapper impegnato, Frankie HI-NRG.

Per saperne di più:
Le voci dell’inchiesta

[Fonte: Rivistaonline.com, Round Robin Editrice Blog]

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“Cosa voglio di più” di Silvio Soldini

20140716-221049-79849325.jpgDove sono finite le magiche atmosfere piene di colori e suggestioni che ci aveva regalo Silvio Soldini in Pane e tulipani e in Agata e la tempesta? Dov’è la commedia brillante dei sentimenti, che risolveva in modo arguto le storie dei protagonisti? Infine, dove sono le rappresentazioni fuori dai luoghi comuni delle città italiane, e in particolare della provincia? Queste le perplessità che suscita Cosa voglio di più, il nuovo film di Soldini ambientato in una Milano che potrebbe essere Napoli, Ancona o Trieste, senza nessuna peculiarità, in cui l’unico merito del regista è quello di far vedere un ambiente privo di violenza, che invece appare nei titoli di cronaca cittadina.

Facile fare confronti: i due film succitati del regista fanno breccia in pubblico e in critica, per le atmosfere almodovariane, la regia sorprendente, i sorrisi strappati a suon di un umorismo semplice e senza pretese, le scelte anticonformiste dei protagonisti, persone comuni che inseguono i propri sogni. Nel film che rappresenta l’Italia alla 60° Berlinale,  i protagonisti non convincono: Pierfrancesco Favino, padre di famiglia calabrese immigrato al nord Italia, con tutti i cliché che seguono, non convince nel suo ruolo di amante. Né convince Alba Rohrwacher, attrice per metà tedesca che impersona una donna stereotipata, realizzata professionalmente, con un ménage familiare tranquillo che le fa pensare a una gravidanza, ma nel profondo molto insoddisfatta. L’unico valido attore che potrebbe portare un po’ di brio alla fabula del film è Giuseppe Battiston, relegato a ruolo di fidanzato avulso dal mondo della sua convivente, che non ne intende i reconditi desideri né il di lei tradimento.

Un ritratto desolante, che verrà sicuramente spacciato per spaccato neorealista delle relazioni amorose del nostro secolo, e che lascia nello spettatore una profonda noia. Centoventisei minuti pieni di inutilità, scene di sesso ossessivamente riprese nella peggiore tradizione voyeur all’italiana, poche risate e una storia inesistente in cui non succede praticamente niente, se non velleitari tentennamenti di trentacinquenni totalmente privi di spina dorsale. Il risultato, innumerevoli sbadigli in sala. Sembra insomma che Soldini voglia raccontare qualcosa, ma non si sa bene che cosa:  la crisi dei trentenni, già ampiamente sezionata fino allo sfinimento nel cinema di Muccino? L’amore impossibile tra due persone ormai avviate in binari precisi? Non si capisce dove vuol portarci la storia, se non a un’inutile conclusione in Marocco, dove probabilmente l’ente turistico locale ha spinto per girare lì il film. E lascia il pubblico con l’amaro in bocca, dando un ritratto sconfortante e senza via d’uscita delle relazioni umane di oggi.

[Fonte: Rivistaonline]

Marcia Mondiale del Partito Umanista: un foglio bianco ed è subito pace. A Trieste

[interni]

di Anna Castellari
foto internet
10/11/2009

Sabato pomeriggio, è il 6 novembre. Sul bus che scende da Duino Aurisina sisente parlare inglese: sono i ragazzi del Collegio del Mondo Unito, futura classe dirigente internazionale. Partecipano anche loro allaMarcia, che arriva a Trieste come prima tappa italiana. Il freddosembra aver dato tregua alla città. La bora è calata, lasciando plumbeenuvole a incombere su Piazza Unità. E invece, falso allarme: si vedeche i colori della pace sono riusciti a riscaldare perfino il meteo, eil sole ha fatto capolino verso le quattro del pomeriggio. Propriosubito dopo la formazione del simbolo della pace che, in mezzo allaPiazza triestina in riva al mare, i partecipanti muniti di cartabianca, sulle loro teste, hanno creato, al ritmo della musica afrobrasiliana della Banda Berimbau. Per la verità, nel capoluogo delFriuli Venezia Giulia non sono moltissimi ad aver aderito alla MarciaMondiale per la Pace: quanto bastava, però, per formare il grandesimbolo per la pace. Alcuni (circa trenta persone) sono arrivati lamattina, partendo da Istanbul, attraversamdo i Balcani, per continuarefino a Ginevra. Intanto, domenica sono arrivati a Vicenza, mentrealcuni deviavano anche su Aviano: sono le due roccaforti NATO, le tantocontestate basi militari da cui partono gli aerei per le cosiddette”missioni di pace” americane. Ma il cordone principale della MarciaMondiale è ora in viaggio attraverso la Russia, e arriverà il 2 gennaioa Punta de Vacas, in Argentina, dove si terrà il Simposio del CentroMondiale di Studi Umanisti nei Parchi di Studio e Riflessione.

“Abbiamo attraversato i Balcani partendo da Istanbul, ma la nostra nonè che una delle tante marce collaterali a quella principale, che ora èin viaggio attraverso la Russia e che arriverà il 2 gennaio inArgentina. Loro sono partiti il 2 ottobre da Wellington, in NuovaZelanda. Noi abbiamo fatto dei tratti in autobus e dei tratti a piedinelle città, formando sempre simboli della pace umani come oggi” mispiega Serena, una degli organizzatori della Marcia arrivata a Trieste,che fa parte del Movimento Umanista. “Tanti si aggregano alle marce inmodo indipendente, formando il simbolo della pace con noi nelle piazzedi tutto il mondo”. Tanto che prima di arrivare a Trieste, passando perSesana, sono state coinvolte anche alcune scuole elementari del Carsotriestino: i bimbi dell’altipiano, italiani e sloveni, hanno accoltocon canzoni e poesie i marciatori. Oltre ad aver salutato i sindaci ele autorità di paesi e di città. Tra gli obiettivi della marcia, c’è ildisarmo nucleare, il ritiro delle truppe nei territori occupati, lariduzione delle armi convenzionali, la firma di trattati di nonaggressione tra i paesi, la rinuncia dei governi alla guerra comesoluzione dei conflitti. Si tratta di obiettivi generali condivisibili,che vedono la partecipazione di moltissimi, anche di chi non gravitaattorno al Movimento Umanista. Una manifestazione plurale: e basta unfoglio bianco per aderire – pacificamente – al movimento per la finedei conflitti armati.

Per sapere di più:
Vai alle immagini della marcia

[Fonte: Rivistaonline]

Thriller Live @ Teatro Rossetti (Trieste)

[cultura]

di Anna Castellari

foto internet
05/11/2009

Quante personalità aveva Micheal Jackson? Che ne avesse molte è risaputo. Almeno quante le sue trasformazioni e i macabri segreti da giornale scandalistico, certo. Ma che quelle mille personalità, che il suo camaleontismo sopravvivesse alla sua esistenza, era difficile da prevedere.
La sua è un’eredità spirituale sopravvissuta al limite più estremo raggiungibile dall’uomo, ovvero la morte. E tutto questo sgorga con una violenza dirompente nel musical Thriller Live a lui dedicato, che sta iniziando a fare il giro dell’Italia, a partire da Bolzano, e il 3 novembre da Trieste, dove un pubblico un po’ ingessato – quello del Teatro Rossetti, dove c’erano sia abbonati che fan sfegatati del re del pop – ha assistito alla prima delle performance dei ballerini di Gary Lloyd, dall’idea di Adrian Gant, defunto socio di Micheal.

Un musical travolgente: come resistere agli albori della carriera del cantante con i Jackson Five, alla disco music degli anni settanta, alla consacrazione di Thriller? Ma soprattutto, i ballerini che si alternano sul palco, o che spesso ballano e cantano insieme, rispecchiano ognuno una delle sue personalità. C’è il metallaro, la donna – a memoria dell’ambiguità sessuale del cantante -, il divo pop in completo grigio metallizzato, il ragazzino nero (prima della cura alla pelle…).

Notevoli gli effetti speciali, tutti multimediali, in un’esplosione di colori pop. Un po’ lungo lo show, ma d’altronde creare un’antologia di trent’anni di carriera della pop star non è impresa semplice. Interessante non solo per i fanatici del re del pop, ma anche per chi lo conosce attraverso i giornali più che per la sua musica. A conferma del fatto che, spesso, il mito sopravvive al personaggio grazie alla poliedricità della sua immagine.

Per saperne di più:
Il sito ufficiale dello spettacolo

[Fonte: Rivistaonline]

Pordenonelegge.it tra oriente e occidente: Amin Maalouf

[cultura]

di Anna Castellari
foto internet
05/10/2009

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Pordenone è una cittadina con un piccolo centro dalle viuzze e piazzette medievali. Pochi gli eventi culturali fino a qualche anno fa. Cinemazero, associazione che tra gli altri eventi da ventotto anni organizza l’internazionalissimo Festival del Cinema Muto (Silent Film Festival); Dedica, festival incentrato ogni anno su un autore differente; e la fiera del libro, dalle cui ceneri dieci anni fa nacque Pordenonelegge, poi trasmutata in Pordenonelegge.it, giusto per ricordarci che viviamo in un mondo tecnologico e globalizzato.

Tra i protagonisti della manifestazione 2009, Amin Maalouf. Scrittore e giornalista libanese, da anni vive a Parigi, nella lumière che l’ha accolto con le sue braccia calde e spigolose al tempo stesso. Ha un aspetto orgoglioso e pudico, un sorriso negli occhi vivi e attenti. Intellettuale riconosciuto con pubblicazioni in Francia, tradotto naturalmente anche qui, anche se molto meno noto. Tra i suoi libri più famosi, Le crociate viste dagli arabi e Gli scali del levante. A Pordenonelegge.it presenta il saggio È un mondo senza regole, edito da Bompiani, in cui svolge un’analisi e una riflessione sulla crisi del mondo occidentale, visto con gli occhi di un orientale quale egli è, pur senza prendere posizioni troppo estreme. E durante il colloquio queste riflessioni emergono, pur se a grandi linee.

Il giorno prima dell’inizio del festival friulano, Sanaa, una ragazza musulmana di appena vent’anni, è stata uccisa dal padre, contrario alla sua relazione con un ragazzo italiano di trentun anni. Ma non nella pericolosa periferia di qualche metropoli: in un paesello di montagna molto suggestivo, Grizzo di Montereale Valcellina, proprio in provincia di Pordenone. È stata inevitabile una domanda con riferimento alla dolorosa vicenda: Monsieur Maalouf, come si può parlare di integrazione tra musulmani e occidentali in casi di questo tipo? La risposta dello scrittore è chiara e molto sensata. “Quando si parla di differenze culturali non bisogna considerare questo genere di episodi, e quando si è chiamati a giudicare questo tipo di atti non si possono giustificare con le differenze culturali. Non esiste l’eccezione culturale”. E continua: “Le differenze culturali, linguistiche sono un valore. Si tratta di approfondire una conoscenza reciproca. Un crimine è un crimine. E chi cerca di scusare un reato con la scusa dell’eccezione culturale commette un altro crimine, insultando la propria cultura”.

Per Maalouf, il mondo, intendendo per “mondo” la società e le persone, è cambiato soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino, di cui quest’anno ricorre il ventennale. “Se prima del muro erano le ideologie ad accentuare le divisioni, oggi è l’identità culturale a fare questa parte”.

Maalouf ha una visione globale, che si dipana facilmente dalla lettura dei suoi libri. In un suo romanzo del ’99, Gli scali del levante, premio Nonino, il protagonista, figlio della stirpe turca ottomana, vorrebbe avere una vita normale, mentre il padre lo vuole rivoluzionario. Il ragazzo parte per la Francia a studiare medicina, ma finisce per diventare un sovversivo, in tempi di persecuzioni naziste e di guerra mondiale. Allora è proprio vero che si finisce sempre per accontentare i padri? E come influisce questo su scala mondiale? A questa domanda, lo scrittore preferisce porre l’accento su un aspetto: “C’è un rovesciamento di ruoli, una confusione nel mondo di oggi. Tanto che si può essere conservatori e desiderare una vita tranquilla a vent’anni, e sovversivi e rivoluzionari a quaranta”.

E a proposito di rivoluzioni, di ieri e di oggi, non manca, nel discorso dell’autore, un riferimento all’Iran. “Ahmmadinejad è un provocatore, evidentemente. E trova un’eco presso molta gente. Ma l’autorità di questo personaggio è compromessa, poco legittima. Il popolo iraniano ha una lunga pratica storica: può diventare una società moderna e laica entro i prossimi dieci anni”.

Per saperne di più
Pordenonelegge.it

[Fonte: Rivistaonline]