Una cosa piccola ma buona

«Probabilmente avete bisogno di mangiare qualcosa» disse il pasticcere. «Spero vogliate assaggiare alcune delle mie paste calde. Dovete mangiare per andare avanti. Mangiare è una cosa piccola ma buona in un momento come questo».

Servì loro delle paste alla cannella appena sfornate, con la glassa ancora morbida. Mise del burro sul tavolo e dei coltelli per spalmarlo. Poi anche il pasticcere si sedette al tavolo con loro. Rimasero in attesa. In attesa che loro prendessero una pasta dal vassoio e cominciassero a mangiare: «Fa bene mangiare qualcosa» disse, osservandoli. «Ce ne sono altre. Mangiatene. Mangiate tutte quelle che volete. Qui ci sono tutte le paste del mondo».

Mangiarono le paste e sorseggiarono il caffè. Ann sentì all’improvviso una gran fame e le paste erano calde e dolci. Ne mangiò tre, cosa che fece molto piacere al pasticcere. Poi lui si mise a parlare. Loro lo stettero ad ascoltare con attenzione. Anche se erano esausti e angosciati, ascoltarono quello che il pasticcere aveva da dire. Annuirono quando l’uomo cominciò a parlare della solitudine e del senso di dubbio e limitatezza che l’aveva assalito con la mezz’età. Disse che cosa si provava a non avere figli per tutti questi anni. Giorno dopo giorno a riempire i forni senza posa, e poi ogni volta a svuotarli. Le ordinazioni per le feste e gli anniversari su cui aveva lavorato. A centinaia, anzi a migliaia, ormai. Tutti i compleanni. Immaginate tutte quelle candeline accese. Il suo era un mestiere di cui c’era bisogno. Era un pasticcere. Meno male che non era un fioraio. Dar da mangiare alla gente era meglio. L’odore del forno era sempre meglio di quello dei fiori.

(Raymond Carver, Una cosa piccola ma buona, racconto contenuto in Cattedrale, traduzione di Riccardo Duranti, BEAT, Roma 2010).

Punto 9. Le amicizie di uno scrittore devono essere improntate alla fuga dalla letteratura. Uno scrittore che frequenta altri scrittori è uno scrittore mediocre o finito. I tuoi amici siano operai, tecnici, meccanici, papponi, clown, ma non gente del mondo editoriale.

(Cosimo Argentina, L’arte della guerra di carta e inchiostro, in minima&moralia – un blog culturale di minimum fax)

carver_raymond1Raymond Carver l’ho conosciuto, come scrittore, per vie non canoniche. La mia prima lettura di un suo libro è stato Cattedrali, con all’interno il suo racconto Cattedrale, contenuto nell’omonimo volume di cui c’è sopra l’estratto, e testimonianze, fotografie, appunti, tutti messi assieme da Tess Gallagher, la sua compagna di vita (a cura di Barbara Pezzopane e Gianluca Bassi, Leconte Editore, Roma 2002). Non ricordavo, chissà perché – forse per immaturità mia letteraria, forse perché esiste davvero un tempo per ogni lettura – quel racconto che chiude la raccolta. Oggi, dopo un fine settimana passato a Ivrea, in un festival di letteratura organizzato da minimum fax, La grande invasione, ho recuperato finalmente la raccolta intera, edito proprio da mimimum fax nel 2002 e poi ripubblicato nel 2010 da BEAT. (E voi potete leggere quel racconto scaricandolo qui).

Non è uno strillo giornalistico esagerato quello di Salman Rushdie in copertina: «Leggetelo. Leggete ogni cosa che Carver ha scritto». Ogni scrittore, o aspirante tale, dovrebbe leggere questo libro. Perché Carver è magistrale nel dar voce ai personaggi, assumendo di volta in volta volti differenti. Portando in ogni racconto il lettore dalla parte del protagonista di turno. Facendo trapelare i pensieri e i sentimenti dei protagonisti senza mai parlare di altro che non sia il concreto e il quotidiano. Lasciando intuire che, prima che uno scrittore rinchiuso nel proprio studio a scrivere, o nei cosiddetti “cenacoli letterari”, Carver fosse un uomo che parlava con tutti, un vero e proprio “reporter dell’umanità”. Il pasticcere, la cameriera, la badante, la parrucchiera. Carver ne acquisisce il linguaggio, che talvolta è volutamente “povero”, ripetitivo.

Le storie, loro, restano sospese, in un limbo che sta al lettore riempire, come se quei personaggi continuassero davvero a esistere fuori dalle pagine, nella testa di chi le ha scritte e e di chi le legge.

Giornalismo all’italiana, non ne voglio più

Il pony scherzosamente soprannominato Enzo Paolo Turchi
Il pony scherzosamente soprannominato Enzo Paolo Turchi

Sono anni che scribacchio a destra e a manca, e ormai trentunenne, con un settennio abbondante di esperienza alle spalle (più qualcosina di scritto al liceo, che non conto perché davvero ero sola con il foglio in mano e senza alcuna indicazione), sono arrivata a una mia personale conclusione — e credo di potermela pure permettere.

Per anni, infatti, ho dovuto sottostare all’assurda regola per la quale, scrivendo un pezzo, non potevo usare la prima persona. Era una regola talmente entrata nel mio ordine di idee che non pensavo neppure a trasgredirla. Pensavo che, se l’avessi fatto, mi avrebbero potuto tacciare di autoreferenzialità. Piuttosto, preferivo deresponsabilizzarmi, e usare la prima persona plurale. E sì che la mia prima formazione nella scrittura era stato il blog: ma forse, proprio per affrancarmi da quel mondo e rendere il tutto più “da giornale”, ritenevo che usare la prima persona fosse compromettente per l’oggettività dell’articolo.

Oggi — anche dopo averne parlato ed essermi confrontata, dopo aver letto fiumi di Internazionale e di stampa estera, forse più che di stampa italiana — ho capito una cosa: il giornalismo non è oggettivo. Per quanto una persona si sforzi di dare dati effettivi (e non dei “come si sa”, “com’è risaputo”), la sua visione delle cose sarà sempre diversa da chiunque altro. Lo vedo anche di più nel giornalismo d’arte, che pratico in Nèura Magazine: quel laboratorio di testoline pensanti, che si confrontano quotidianamente, parlano delle mostre, litigano anche, non è altro che una pubblica piazza in cui ognuna di quelle teste mette la propria faccia, nel vero senso del termine. E così, più che con ogni altra cosa io abbia mai scritto, mi è capitato di trovare naturale utilizzare la prima persona nell’ultimo mio articolo, una recensione-reportage dedicata alla mostra di Sàrmede. Un luogo da fiaba, dove sono arrivata attraversando stradine di collina, tra asini e pony, proprio come nelle storie che mi leggevano da bambina. Ero così immedesimata nel mio essere bambina, che la prima persona singolare è venuta da sé.

Semolino, lettino, febbrina e aria di neve

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Il Naviglio Martesana innevato

Sono a letto da due giorni, immobilizzata da una specie di forma influenzale con febbre (bassa sì, ma quanto basta ad atterrarmi) e contrazioni allo stomaco che mi hanno svegliato durante la notte. Osservare la neve scendere fuori per tutto il giorno mi ha ricordato la grande nevicata dell’86, quando, nemmeno cinquenne, guardavo invidiosa gli altri bambini giocare sulla neve, mentre io ero a casa con trentotto di febbre.

La febbre presenta però diversi vantaggi, uno su tutti quello stato di perenne fluttuazione che, non fosse per i crampi allo stomaco, lasciano sospesi in un’altra dimensione, come se spazio e tempo e contingenze varie della vita adulta non contassero più per nulla e invece fosse importante solo la neve là fuori e il piumone e i miei libri qui dentro. Così, ho stillato una specie di classifica di libri da leggere durante gli stati febbrili. Non si tratta di romanzi (non ne avrei le capacità intellettive in questo momento) ma di attimi fatti di parole, spesso, di pagine piene di immagini che aiutano a superare i dolori del corpo.

Non è una classifica canonica, nel senso che non ho voluto classificare dall’ultimo al primo posto, perciò l’ordine è totalmente casuale (è quello derivato dalla pila di libri che si è formata sul mio letto mentre li raccoglievo per casa, per intenderci).

A Tina, di Loretta Capanera, in notturni di_versi 4, 2012.
A Tina, di Loretta Capanera, in notturni di_versi 4, 2012.

Il poetico libri di_versi 4. Difficile fare una recensione di questa piccola pubblicazione, per la varietà delle piccole opere d’arte raccolte (e nemmeno rilegate, a testimonianza del fatto che sono istanti leggibili indipendentemente l’uno dall’altro). Sono tante le immagini e le poesie che vanno in coppia. Posso però dire che la mia anima, visceralmente modottiana, è rimasta colpita dall’immagine A Tina, di Loretta Capanera.

Ma posso dire, onestamente, che anche molte altre immagini divenute cartoline del catalogo della mostra di libri d’artista organizzata all’interno dell’omonimo festival di Portogruaro (Venezia) meritano uno sguardo, in giorni come questo, così lontani dai caldi giorni di luglio in cui si svolge il festival.

A ognuna delle immagini è abbinata a una poesia. Quella a fianco è di Loretta Capanera e va in coppia con Tina, di Andrea Zuccolo, che riporto integralmente.

Com’è bianco
il tuo seno, Tina.
   Posa disteso
                              nel rettangolo di una lastra.
Il sole lo tocca
                              sfiorando le sue guance.

Nei capelli lucenti come il taglio dell’ossidiana
        mandorle dolci le dita dei piedi
               valve di madreperla le palpebre.

Come sei bella Tina.

Ora dormi fra le carnose calle.
Fra la falce e il martello.

Di quando Don Chisciotte fermò i mulini a vento, di Silvia Salvagnini - MiMiSol edizioni
Di quando Don Chisciotte fermò i mulini a vento, di Silvia Salvagnini – MiMiSol edizioni

La poetica rivisitazione di Don Chisciotte. Di quando Don Chisciotte fermò i mulini a vento, di Silvia Salvagnini. Lo ammetto, sono di parte. Silvia è una mia amica, è una poetessa trevigiana, abbiamo un progetto che vorremmo realizzare, ma la distanza fisica e la mancanza di fondi ci rende tutto molto difficile. Questo libretto pieghevole, però, lei l’ha realizzato e ci sono molto affezionata. Non solo l’ha scritto, ma l’ha anche illustrato. E il risultato è pregevole, sia per la metrica travolgente della sua poesia, innegabilmente piena di ritmo, sia per la leggerezza del tratto chiaroscurale, classico dei suoi disegni.

Una gaiezza che si legge già dalle prime due facciate: andava Don Chisciotte a fermare / il continuo roteare dei mulini a vento / più forte della forza del mare / andava a cambiare l’ordine del girare/ e non aveva tregua / non si poteva certo arenare.

Mi rendo conto dell’introvabilità di questo libretto, perciò volentieri riporto il link al file PDF della pubblicazione. Buone avventure donchiscciottesche.

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Il Libro dei Giorni, di Gabriele Ferrero e Marco Feo

Sono di parte, parte seconda. Lo so, non dovrei far pubblicità proprio a lui. Ma Gabriele, che è un timidone, non mostra troppo in giro quello che ha fatto in un tempo neanche così remoto. Ed è un vero peccato, perché queste sue poesie hanno un’estetica, a livello sia di lettura, sia visivo, che rimane indipendente da ciò che comunicano.

Dopo un breve restauro fatto con le mie mani e la Coccoina, ho riportato alla luce Il Libro dei Giorni, vero libro d’artista quando ancora i libri d’artista non erano così in voga. Lo ha scritto lui, Gabriele Ferrero, e l’ha illustrato (anche con incisioni) Marco Feo, disegnatore di Novara. Prodotto in trenta copie nel 1999, evidentemente ha avuto una distribuzione che definire di nicchia è un eufemismo.

«Eh sì, sarebbe da ristampare» è la tiritera che gli sento pronunciare ogni volta che mi mostra il suo libro d’artista. Vi lascio su questo spazio qualcuna della sue poesie, ma non ve le trascrivo, perché si perderebbe la grafica, che fa parte essa stessa della poesia. E una delle (belle) incisioni di Marco Feo.

Una delle passioni di Gabriele è Alberto Breccia, visionario illustratore cileno di cui annovero due libri (finché non ne scoprirò altri due o tre) nascosti nell’armadio tra la camera da letto e la cucina. Uno è un inaspettato Il nome della rosa di Umberto Eco, illustrato da Breccia e pubblicato, udite udite, dal tanto vituperato Club degli Editori. Una chicca. L’altro, di Milano Libri Edizioni, che ha attratto la mia attenzione, è una rivisitazione in chiave noir e grottesca di fiabe famose, fatta assieme a Carlos Trillo, autore e sceneggiatore argentino.

Chi ha paura delle fiabe? Alberto Breccia - Carlos Trillo, Milano Libri, 1981
Chi ha paura delle fiabe? Alberto Breccia – Carlos Trillo, Milano Libri, 1981

Prendete Hansel e Gretel, già di per sé una fiaba grottesca, e pensatela con due bambini furbi e un po’ cattivelli come protagonisti, che si fanno beffe non solo della proprietaria della casa di marzapane, ma anche della matrigna cattiva, senza alcuno scrupolo. Quel che ne esce è un fumetto, disegnato con la tecnica del collage  — in cui alcuni elementi del collage sono anche pezzi fatti all’uncinetto, per intendersi. Chi ha paura delle fiabe? è il risultato di questa operazione. Non un libro per bambini, sappiatelo.

Nelle prime due pagine, subito dopo una prefazione di Oreste Del Buono (nel 1981 non si badava certo a spese, quanto a redattori), una rappresentazione pittorica dei due autori dell’opera, Breccia e Trillo (si pronuncia [trijo], è argentino). Che sembrano invitare il pubblico a entrare nel loro terrificante e onirico mondo di storie. Le loro facce ritornano alla fine di quasi tutte le storie. Come dire: anche se credevate di conoscere questa fiaba, sappiate che dietro l’adattamento che state leggendo c’è il nostro zampino. Vi facciamo vedere noi, bambini (con risata satanica molto rassicurante di sottofondo)…

Ne avrei altre, di storie lette da raccontare. Ma per ora me le godo da sola. Tanto, messa come sono, non ci metterò molto a tornare, statene certi…

Là dove c’era una stalla ora c’è… una biblioteca. Di luoghi, parchi, laghi e fiumi

Interni, Biblioteca Chiesa Rossa, Milano.

Scusatemi se cito Celentano, ma per una volta lo faccio per uno scopo esattamente opposto rispetto alla sua canzone. Perché qualche volta alcune cose a Milano riescono bene.

Prendi questa biblioteca in zona sud della città, ad esempio. Un quartiere non esattamente considerato d’elite, dove però un architetto intelligente e dei fondi ben investiti sono serviti a creare una biblioteca là dove c’era una cascina, una biblioteca molto frequentata, che offre davvero un servizio ai suoi cittadini — è tra quelle rionali. Continua a leggere