I consigli dell’emigrata: Pordenonelegge 2013

pordenonelegge-2012-1Per la prima volta in quindici anni, quest’anno diserterò – volontariamente – Pordenonelegge. Le ragioni sono diverse, prima di tutto logistiche – ho una lettura a cui non voglio rinunciare sabato, al Circolo Arci Fuorirotta di Treviglio, con Viviana Piccolo e la partecipazione di Fernando Arrabal (già presenti proprio a Pordenonelegge stasera) – ma, in secondo luogo, dettate da una certa stanchezza nei confronti di una manifestazione che è diventata, negli anni, più che altro un contenitore.

Se all’inizio era l’unica valvola di sfogo letteraria che poteva esistere in una zona depressa quanto a eventi culturali, e proprio per questo motivo me la sono “bevuta” fino all’ultimo sorso, sempre, tutta, oggi, assuefatta dalle code, dal tutto esaurito a due ore dagli eventi, e soprattutto ormai calata in una realtà, quella milanese, dove c’è sempre tutto a dosi inferiori, quest’anno ho deciso di godermela a distanza, per sentito dire, per stanchezza, se vogliamo, ma anche per altri motivi.

Soprattutto negli ultimi anni, infatti, questa rassegna ha perso la vocazione di festival, di ricercatore di talenti, per dare spazio sempre di più al libro come oggetto mediatico. Mi rendo conto che s’ha da campare e che i grandi editori pagano lo spazio e promuovono libri più o meno discutibili, perciò non voglio entrare in polemica con questa scelta della direzione artistica; tuttavia, non riesco più a identificarmi o a trovare qualcosa di interessante per me in questa manifestazione.

In ogni caso, non voglio fare la disfattista emigrata-frustrata-dispiaciutaperlasuacittà, ma vorrei condividere qui qualche momento interessante di una manifestazione che, nel bene e nel male, sta segnando comunque la storia della città.

arrabal3Dal mio profilo instagram vedo, ogni giorno, fotografie di quest’evento fatte dai miei contatti pordenonesi. Io posso dire, da parte mia, che un evento irrinunciabile è proprio quello con Fernando Arrabal, stasera alle 18, assieme a Viviana Piccolo. Si chiama “… E misero le manette ai fiori”, si leggeranno alcuni brani tratti dai libri dell’artista, e sarà davvero arrrrrrabalista, come direbbe lui stesso.

Sabato 21 e domenica 22 due incontri da scouting letterario come si deve, organizzati da Roland – Macchine e animali. Sull’origine del nome Roland, mi fa piacere riportare qui le parole presenti sul sito della manifestazione:

Una meravigliosa macchina tipografica – che adesso vive la sua seconda giovinezza nientemeno che in India: qui un filmato che lo documenta  –, un capolavoro di archeologia industriale – che si chiama Roland, come l’elefante marino del giardino zoologico di Berlino narrato dalla scrittrice croata Dubravka Ugrešić nel Museo della resa incondizionata (Bompiani 2002). Nel giardino zoologico, racconta la Ugrešić, «c’è un’insolita vetrina. Sotto vetro si trovano gli oggetti recuperati nello stomaco dell’elefante marino Roland, spirato il 21 agosto 1961». Oggetti persi dai visitatori e prontamente ingoiati dall’animale: braccialetti, monetine, lattine di birra, una bussola, un mazzo di chiavi…

Tornando a Pordenone, Roland organizza un reading di sei autori “papabili” di pubblicazione, selezionati da alcuni editor, artigiani dell’editoria di cui molti ignorano l’esistenza, che mostreranno il lavoro editoriale, i criteri di scelta di un autore, e altre piccole cose legate a questo mondo, spesso sconosciute ai più. Tutto ciò avviene sabato e domenica alle 10,30 del mattino al Ridotto del Verdi. L’anno scorso, nonostante il pass press, che mi permetteva di accedere ovunque, non sono riuscita a entrare: meglio andarci un po’ prima.

Un altro evento che mi fa piacere segnalare è quello con Silvia Sfligiotti, Riccardo Falcinelli e Massimo Recalcati, si chiama Un questione di forma. Libro e graphic design, un incontro responsabile e si tiene a PArCo, il centro d’arte contemporanea (ormai più di là che di qua) di Pordenone. Silvia è una mia ex compagna di danza, ma soprattutto è una delle menti esecutive di Progetto grafico, bella rivista specializzata trimestrale di, appunto, grafica.

Insomma, se siete in zona, siateci. Questi incontri “anti-casino” sono l’unico consiglio che posso darvi per potervi vivere al meglio la manifestazione, prima di avere un attacco di agorafobia. Poi, magari, chissà, ce ne vedrete delle belle, e io non lo saprò. Ma per una volta, la vivrò serenamente.

Questa pioggia che fa sospirare l’arrivo della primavera

A. Castellari, "Bisogno di luce", installazione, estate 2012, parco di Cassina de' Pomm.
Anna Castellari, Bisogno di luce, installazione temporanea, estate 2012, parco di Cassina de’ Pomm.

C’è chi dice che nei miei post, su facebook o sul blog, si parla spesso e volentieri del tempo. A parte il fatto che è facile prendere in giro chi è meteoropatico, soprattutto standosene beati in California, sotto il sole e venticinque gradi i primi di marzo, io non ho mai nascosto la mia meteoropatia, specie quando mi è capitato di vivere in zone particolarmente piovose — ma anche al sud, quelle volte che ho goduto dei benefici del sole.

Questo tempo, comunque, obbliga a volare con la fantasia e per fare questo, si sa, c’è bisogno di stimoli. Cinema e libri fanno il resto. Così, la mia nuova ossessione si chiama Charlie e la Fabbrica di Cioccolato: da quando l’ho visto, sogno di fare il lavoro degli Umpa Lumpa (immaginatevi milioni di Anne tutte uguali intente a cantare coretti nefasti e a lavorare il cioccolato). E, nonostante il buonismo di cui il film potrebbe essere tacciato, trovo che i buoni sentimenti siano ben equilibrati con l’umanità delle figure ritratte dal buon Tim Burton.
Petronio sguardo languido
Petronio sguardo languido

Due settimane fa è mancato il cane che avevo adottato nel periodo in cui studiavo per la maturità, che non a caso venne battezzato Petronio (in onore di Petronio Arbitro, autore di Satyricon, che speravo capitasse come versione alla prova d’esame). Mi mancano, soprattutto, i suoi languidi sguardi — che si erano fatti ancora più intensi con l’avanzare della malattia — e, quando sono a casa dei miei, il rumore delle sue unghie sul pavimento, nelle volte sempre più rare in cui si alzava per uscire a fare pipì o a bere o a mangiare quel poco che mangiava. Così, come rito catartico e per superare il trauma, vorrei vedere Frankenweenie, di cui parla la NèurAmica Silvia nel suo articolo dedicato alle tecniche di stop-motion e claymation al cinema:

La vicenda, nuovamente collocata sullo sfondo di un bianco e nero non qualunque, racconta lo stretto legame tra Victor, e il suo cane, Sparky. Se quest’ultimo perde la vita in un incidente, al suo padrone tocca rianimarlo: ma il potenziale mostruoso che potrebbe celarsi dietro alla resurrezione scientifica, si scioglie di fronte all’affetto tra i due. E le carte in tavola, ovviamente, si mescolano di continuo, confondendo lo spettatore circa i confini che separano ciò che è buono e ciò che non lo è.

Màcino nella macchina del caffè
Màcino nella macchina del caffè

Malinconie di fine inverno a parte, in questo periodo ci sono molte cose che mi entusiasmano. Ho già parlato diverse volte del laboratorio della Grande Fabbrica delle Parole; ma stavolta sono davvero felice di farvi leggere l’incipit di uno dei racconti, che ho scritto insieme ai ragazzi della 2A e della 2B della scuola Cocchetti di Milano. Si chiama Màcino nella macchina del caffè ed è tutta al futuro, essendo ambientata tra mille anni. C’è la nostalgia del passato che per noi è il presente, c’è un protagonista monello che vuol conquistare un chicco di caffè, il Chicco d’Oro, ci sono proporzioni assurde e sproporzionate in ambienti e protagonisti, che mi ricordavano, mentre scrivevo aiutata dalle incitazioni dei ragazzini, le Cosmicomiche di calviniana memoria. E in un finale tra quelli scritti dai ragazzi da soli, c’era l’omino di panpepato che si difendeva scagliando zucchero e frutta candita.

Ma in questo futuro pieno di fiori (cit.) molte cose brillano ancora.

Un lavoro nuovo, che richiede impegno, concentrazione, silenzio e rigore. Anni e anni di nerditudine da blog, siti, riviste online, finalmente ripagati in un lavoro che coniuga la mia passione per la comunicazione web e l’editoria: faccio ebook di libri a catalogo.

E una casa da vivere di giorno come ufficio, che mi ha ridato le cose che nell’ultimo anno avevo perso: luce, silenzio, pace e colore — arancione in primis, ma anche rosso, beige, e perfino il nero. Torte salate da preparare a Cristina. Una strada piena di gente, a tutte le ore del giorno, dove mangiare cinese, arabo, napoletano o giapponese, indifferentemente.

Andrea Mazzacavallo
Andrea Mazzacavallo

E poi, manco a dirlo, proprio adesso che avevo deciso di recidere i miei legami con la terra natìa, non per snobismo ma perché non ce la facevo più a sdoppiarmi e volevo dedicarmi totalmente alla vita cittadina, non ho saputo resistere. Vuoi per un’affinità con chi organizza, vuoi perché a quei luoghi, nel bene e nel male, resti sempre legata, adesso promuovo gli eventi all’Osteria del Gelso, un luogo dolcissimo nel paese che vide i miei natali, dal ritmico suono San Vito al Tagliamento. Ed è una bellissima avventura, in cui io e la padrona di casa, la dolce Viviana Piccolo, ci confrontiamo ogni giorno discutendo di comunicati stampa, flyer, artisti da invitare e giornalisti da avvisare. La prima puntata ha visto Andrea Mazzacavallo, cantautore e comico vicentino trapiantato a Milano, intrattenere un centinaio di ospiti dell’osteria, sullo sfondo del Gelso. Tra due settimane ci sarà un’altra illustre ospite, a interpretare storie di donne. E mi fa piacere dirlo, proprio nel bistrattato giorno della festa delle donne.

Ma tu quanti libri scrivi in una settimana?

Agnès de Lestrade e Valeria Docampo, La grande fabbrica delle parole, pp. 18-19, Terre di Mezzo editore.
Agnès de Lestrade e Valeria Docampo, La grande fabbrica delle parole, pp. 18-19, Terre di Mezzo editore.

Dallo scorso anno frequento quel bellissimo laboratorio di stimoli, idee e contatti con la realtà milanese che è la Grande Fabbrica delle Parole — una realtà vera, fuori dal contesto radical chic che tanto dice e niente di fattivo fa, e che comincio a non sopportare. Il nome del laboratorio è lo stesso di un bellissimo libro, edito Terre di Mezzo, del quale potete sfogliare un’anteprima a questo link.

Ultimamente, ho voglia di frequentare famiglie con bambini di tutte le nazionalità, che vivono in zone limitrofe alla mia — e questo laboratorio lavora proprio qui. Amici e parenti che vivono dalle mie parti si chiederanno che cosa si nasconde dietro questo nome lungo dall’aria nostalgica — «che ci fate, parole di cartongesso?». Non esattamente.

In un fabbricato anni ottanta, dismesso e rimesso in sesto dopo un periodo di incuria, nel Parco della Martesana — uno dei miei posti preferiti di Milano, dove si respira un’aria da vecchia città che placidamente vive secondo i ritmi del fiumiciattolo che l’attraversa, tra papere e nutrie, orti e ville primo novecento — due o tre volte alla settimana si tiene questo laboratorio per bambini e ragazzi dai sei ai quattordici anni. Un laboratorio di scrittura creativa, dove i bambini e i ragazzi vengono a contatto con tutte le figure che popolano il mondo dell’editoria: a cominciare dallo scrittore, continuando con l’illustratore, per finire con l’editore. Solo che, per una volta, gli scrittori sono proprio loro, i bambini.

Il logo della Grande Fabbrica delle Parole
Il logo della Grande Fabbrica delle Parole

Nella pratica, tutti i bambini, guidati da Francesca Frediani, bravissima coordinatrice e solleticatrice di storie, inventano un racconto che arriva a un certo punto. A volte, Francesca viene aiutata anche da “scrittori veri”. Ad esempio, quando è stata scritta questa storia, alla quale anch’io ho partecipato (non come bambina, anche se avrei voluto), è intervenuto il giallista milanese Gianni Biondillo, che si è rivelato istrionico e fomentatore di storie per ragazzini dalla mente fervida. Coinvolgendoli tutti, anche quelli più difficili che mai aprirebbero la bocca, e non lasciando intervenire gli insegnanti, che rimangono a osservare, si arriva a un nodo cruciale di una storia. A quel punto, l’editore (Barbara Martelli, l’altra anima del laboratorio), da dietro le quinte decide se pubblicare o no quella storia. E se la risposta è sì, lo fa in tempo reale: stampa tutto, copertina, racconto, illustrazioni, tutto quello che è stato prodotto fino a quel momento, in un numero di copie equivalente al numero dei bambini. Pinza il libro, e per ogni copia appiccica in copertina la foto di ognuno dei bambini, scattata all’inizio del laboratorio, e la distribuisce al suo proprietario. Che è invitato a concludere da solo la storia, scrivendola sulle pagine lasciate volutamente bianche, in fondo. E a fare proprio ciò che normalmente viene considerato qualcosa d’inarrivabile, di altrui, d’impossibile da produrre: il libro, la cultura.

Non sono rari i casi di bambini che faticano a esprimersi in italiano, perché figli di sudamericani o cinesi o arabi, ma che trovandosi in una situazione per loro stimolante riescono a superare alcune barriere linguistiche — o perlomeno a volerle superare, che poi è il primo passo verso l’integrazione linguistica e sociale.

Ma tu quanti libri scrivi alla settimana?, a cura di Francesca Frediani, Terre di Mezzo editore.
Ma tu quanti libri scrivi alla settimana?, a cura di Francesca Frediani, Terre di Mezzo editore.

Fuori dai discorsi più complessi e sociologici, fare la volontaria rimane sempre un’esperienza arricchente e stimolante. Con i bambini, quasi sempre, s’instaura un rapporto di reciproca fiducia. Le loro domande spiazzano e stimolano anche noi adulti, rimettono in discussione i nostri cliché. Da queste domande sono uscite interessanti conversazioni anche con gli scrittori coinvolti. E così, anche per finanziare l’iniziativa, è stato pubblicato un libro con le interviste dei bambini agli scrittori. Si chiama Ma tu quanti libri scrivi alla settimana?, è curato da Francesca Frediani e contiene le interviste a Silvia Ballestra, Matteo B. Bianchi, Gianni Biondillo, Susanna Bissoli, Paolo Cognetti, Gabriele Dadati, Fulvia Degl’Innocenti, Giorgio Fontana, Fabio Geda, Federica Manzon, Marco Missiroli, Davide Musso, Alessandro Zaccuri.

Un bel modo per ritornare bambini, “rinfrescarsi” le idee (nel vero senso della parola, quello di renderle più fresche e spontanee) e di aiutare il laboratorio a crescere.

La verità, vi prego, sull’editoria

Valentina Saradini, illustrazione per Giacomo di cristallo di Gianni Rodari
Valentina Saradini, illustrazione per Giacomo di cristallo di Gianni Rodari

Anno dis-grazia 2012. Mentre siamo qui tutti a piangere sulle nostre tragedie finanziarie, a cercare binomi e colpevoli della situazione tragica e apparentemente senza via d’uscita che si è creata negli ultimi anni, io cerco di trovare una spiegazione a questa situazione. Sarà che vedo la mela nella sua parte più marcia, sarà che di editoria si parla sempre di più come di un settore in caduta libera e sempre meno “commerciale” e commerciabile, essendo considerata un modo di soddisfare bisogni non primari, sarà stata la lettura di un manifesto, quello degli editori indipendenti, comparso oggi su L’Indice dei Libri del mese e disponibile in versione integrale su ODEI, l’Osservatorio degli Editori Indipendenti. Saranno tutte queste contingenze, che però riconducono a un periodo molto lungo, ma mi trovo quasi obbligata a fare riflessioni sul breve e il lungo periodo.

In questo estenuante momento, in cui inviare un curriculum è come lanciare un sassolino sulle Dolomiti, in questa era di vacche magre in cui a continuare ad agire nella legalità sono in pochi — e l’editoria è il primo posto dove vengono eluse le leggi, e i principali diritti del lavoratore, compreso quello di essere pagato, non dico equamente, ma pagato — non ho mai voluto trasformare questo spazio in un piagnisteo. Questo è un momento drammatico, nella vita di molte persone, che si trovano smarrite, perse in un oceano di nulla e indecise se l’economia reale sia o no la soluzione, se aver studiato vent’anni della propria vita sia valsa la pena, se continuare a interessarsi delle cose del mondo sia utile o sia invece uno spreco di buone energie da far fruttare diversamente, che so, mettendosi a coltivare pomodori “tanto adesso va anche di moda”.

Poi però mi ricordo che se siamo qui e se siamo in tanti ad amare questo lavoro — fare libri, impaginarli in cartaceo o adesso sempre di più in digitale, scriverli, revisionarli, promuoverli — significa che c’è ancora l’amore per l’esplorazione delle cosiddette cose del mondo ad animarlo. Significa che, spesso (ma non sempre, e la fuffa è costantemente in agguato) l’editore piccolo e di ricerca si rivela fondamentale per il lancio di un prodotto che è, e deve essere, anzituttto culturale, prima che commerciale.

Allora, preferisco concentrarmi sulla piccola editoria, ma logicamente su quella che ritengo professionale. Che non sia politicizzata e non strumentalizzi le proprie opinioni. Che non faccia dire ai propri autori, per via di un’immagine molto connotata politicamente, quel che vuole che i lettori recepiscano, ma che aiuti a ragionare ciascuno con la propria testa. Per questo motivo, forse, mi è più semplice parlare di illustrati e di editoria per l’infanzia: la quasi totale assenza di “secondi fini” in questo genere di libri mi rende più sensibile a quelle tematiche.

Quando ero bambina, come Caterina ero convinta che Gianni Rodari fosse un signore ben piazzato, simile a mio nonno, e che fosse ancora vivo (la maestra ci aveva detto, in classe, che lo avremmo incontrato ancora durante l’anno scolastico, e io capii che l’avremmo incontrato letteralmente). La mia delusione nello scoprire che non lo era fu grande. Ma le sue Favole al telefono continuarono a darmi l’impressione che quel nonno di tutti i bambini italiani (ma anche stranieri), che parlava di Busto Arsizio come di Barletta, fosse sempre lì a vegliare su tutti i suoi piccoli lettori, a consigliarli, a renderli più consapevoli del mondo.

Così, la mia consolazione primaria in questi mala tempora è, e resterà sempre, il potere della verità narrato in Giacomo di Cristallo. E penso sia consolatorio, per tutti noi, in tempi di menzogne e inganni, riportarlo qui. Buona lettura, nipotini di Gianni Rodari che non siete altro. E buona verità.

Una volta, in una città lontana, venne al mondo un bambino trasparente. Attraverso le sue membra si poteva vedere come attraverso l’aria e l’acqua. Era di carne e d’ossa e pareva di vetro, e se cadeva non andava in pezzi, ma al più si faceva sulla fronte un bernoccolo trasparente.
Si vedeva il suo cuore battere, si vedevano i suoi pensieri guizzare come pesci colorati nella loro vasca.
Una volta, per sbaglio, il bambino disse una bugia, e subito la gente poté vedere come una palla di fuoco dietro la sua fronte: ridisse la verità e la palla di fuoco si dissolse. Per tutto il resto della sua vita non disse più bugie.
Un’altra volta un amico gli confidò un segreto, e subito tutti videro come una palla nera che rotolava senza pace nel suo petto, e il segreto non fu più tale.
Il bambino crebbe, diventò un giovanotto, poi un uomo, e ognuno poteva leggere nei suoi pensieri e indovinare le sue risposte, quando gli faceva una domanda, prima che aprisse bocca.
Egli si chiamava Giacomo, ma la gente lo chiamava «Giacomo di cristallo», e gli voleva bene per la sua lealtà, e vicino a lui tutti diventavano gentili.
Purtroppo, in quel paese, salì al governo un feroce dittatore, e cominciò un periodo di prepotenze, di ingiustizie e di miseria per il popolo. Chi osava protestare spariva senza lasciar traccia. Chi si ribellava era fucilato. I povero erano perseguitati, umiliati e offesi in cento modi.
La gente taceva e subiva, per timore delle conseguenze.
Ma Giacomo non poteva tacere. Anche se non apriva bocca, i suoi pensieri parlavano per lui: egli era trasparente e tutti leggevano dietro la sua fronte pensieri di sdegno e di condanna per le ingiustizie e le violenze del tiranno. Di nascosto, poi, la gente si ripeteva i pensieri di Giacomo e prendeva speranza.
Il tiranno fece arrestare Giacomo di cristallo e ordinò di gettarlo nella più buia prigione.
Ma allora successe una cosa straordinaria. I muri della cella in cui Giacomo era stato rinchiuso diventarono trasparenti, e dopo di loro anche i muri del carcere, e infine anche le mura esterne. La gente che passava accanto alla prigione vedeva Giacomo seduto sul suo sgabello, come se anche la prigione fosse di cristallo, e continuava a leggere i suoi pensieri. Di notte la prigione spandeva intorno una grande luce e il tiranno nel suo palazzo faceva tirare tutte le tende per non vederla, ma non riusciva ugualmente a dormire. Giacomo di cristallo, anche in catene, era più forte di lui, perché la verità è più forte di qualsiasi cosa, più luminosa del giorno, più terribile di un uragano.

(Favola tratta da Favole al telefono, Gianni Rodari, 1962)

Aria, acqua, terra, fuoco. Radiomagica, (non solo) una radio per (non soli) bambini

RadioMagicaUn paio d’anni fa, quando ancora l’editoria libraria sembrava non essere del tutto in crisi (anche se si cominciava a presentire che prima o poi tutto sarebbe crollato), mi capitò di fare una prova di redazione come autrice per bambini. All’epoca ero quasi digiuna di editoria (nel senso professionale del termine, non avevo ancora fatto il master, anche se collaboravo con qualche piccola casa editrice), ma avevo intuito, tra le mie letture illustrate per l’infanzia, la redazione della mia tesi — in letteratura per ragazzi, con una traduzione del bel romanzo di María Sánchez Puyade, Violeta en el País de Nunca Jamás — e i miei ricordi di favolette moralistiche, che scrivere per bambini richiede una profonda conoscenza dei propri lettori, dei loro bisogni, quelli davvero primari, e che non bisogna far loro prediche o raccomandazioni: per quello ci sono già genitori e insegnanti. E così, compilando la prova per la guida turistica per cui concorrevo, mi ritrovai a inventare percorsi basati sulla vista, sulla luce, sull’acqua, insomma, su elementi naturali che davvero sono (almeno idealmente) rilevanti per i bimbi. Scrivendo di Parigi, mi focalizzavo soprattutto sulla luce (la lumière) e l’acqua (della Senna), per accativarmi un pubblico solitamente attratto da immagini sempre più sbrilluccicanti.

La bambina che ascoltava gli alberi, di Maria Loretta Giraldo e Cristina Pieropan, Edizioni Corsare.
Un’immagine da La bambina che ascoltava gli alberi, di Maria Loretta Giraldo e Cristina Pieropan, Edizioni Corsare.

Quando l’altro giorno sono andata sul sito di Radio Magica ho ritrovato quell’intuizione. Non solo una radio, si dice sul sito. E infatti: si tratta di un portale web con contenuti alla portata di tutti, ma proprio di tutti. I bambini con i bisogni speciali — sordomuti o non vedenti — sono al centro dell’attenzione di questo progetto editoriale. Video, contenuti audio due ore al giorno, colori e immagini di qualità che catturano l’attenzione anche degli adulti. Proprio come avviene con quei libri illustrati, così affascinanti che non puoi fare a meno di rileggerli anche da adulti, o di comprarli anche se non li hai mai avuti da bambino (e se li avessi avuti da piccolo). E ridivento un po’, anch’io, una bambina che ascoltava gli alberi. Oppure corro in cielo, dalla nuvola Olga, o chissà in quali storie sarò catapultata…